San Miniato, Chiesa Cattedrale

Omelie delle Messe del Giovedì Santo

+ Giovanni Paccosi

Omelia della Santa Messa Crismale

«O Padre, che hai consacrato il tuo unigenito Figlio con l’unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore, concedi a noi, resi partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza».

Riprendo le parole della preghiera colletta, in cui è riassunto il senso di questa celebrazione straordinaria, in cui si manifesta la presenza efficace di Cristo tra noi che ci rende una cosa sola. Siamo qui insieme, il presbiterio con il Vescovo e il popolo di Dio, tra cui, in particolare, tanti ragazzi che riceveranno quest’anno la Cresima, cioè l’unzione del Crisma, che dona lo Spirito del Cristo, per essere veri cristiani.

La missione che Gesù indicò come sua quel giorno nella sinagoga di Nazareth, oggi Lui la compie attraverso di noi, sua Chiesa, suo corpo vivente: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».

Noi, preti e popolo, siamo chiamati da Gesù a questo compito. Un compito che sembra troppo grande, nello scenario del mondo di oggi, dove trionfa il culto del potere e la logica della sopraffazione, dove si afferma che la pace è frutto della guerra. Noi invece, come dice il profeta, siamo stati chiamati «per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto». Il primo fine del nostro compito sono i poveri, i ciechi, i prigionieri, gli afflitti, cioè ogni persona umana con tutta la sua fragilità e debolezza, da riconoscere e amare e non da disprezzare.

Mentre sembra crescere l’illusione di farsi Dei con le proprie mani, siamo chiamati a testimoniare che un Altro ci salva, Colui che dice di sé: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» Salva tutto di noi, anche i nostri limiti, e si potrebbe dire perfino, anche i nostri peccati, con il Suo infinito amore. Cristo salva, non in forza di sé stesso, ma della sua appartenenza al Padre: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza». Ci è chiesto fare lo stesso, riconoscere la nostra appartenenza a Lui, affidarci a Lui, permettendo così che dalla nostra unità, dalla nostra comunione, in cui è Lui che agisce, possa fluire la forza della sua salvezza.

Nella lettera pastorale che ho pubblicato poco più di un mese fa scrivevo, a questo proposito: «Noi siamo Chiesa per rendere possibile oggi l’esperienza dell’incontro con Cristo. È l’esperienza presente di una novità, di una bellezza, di una verità che si può riconoscere nella Chiesa di ora, che fa scoprire che il contenuto del Vangelo è vero». Noi siamo la sua Chiesa, suoi strumenti, perché Lui possa liberare ogni persona e il mondo, far crescere la Sua pace, «disarmata e disarmante».

Per questo – leggo ancora dalla Lettera pastorale – «Siamo chiamati a dar testimonianza della vera Carità che è amore alla persona umana intera, la quale ha tanti bisogni, ma il cui bisogno più grande è scoprire, attraverso il nostro amore concreto di essere amata da Dio in modo infinito». La nostra testimonianza è vivere la comunità, perché nella nostra unità Lui si fa presente e cambia noi e il mondo.

Ancora dalla lettera: «Cercare la comunione. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13, 35). Sappiamo di non vivere così, ma ogni giorno dobbiamo essere in tensione per questo, pregare per questo, dare noi stessi per questo».

Tra poco tutti i sacerdoti rinnoveranno le promesse della loro ordinazione. Le domande che farò sono impegnative, ma sono anche espressione della fiducia che Lui compirà l’opera che ha iniziato in noi. «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui», dice il Signore. «Volete – chiederò tra poco ai sacerdoti – unirvi e conformarvi intimamente al Signore Gesù, rinunciando a voi stessi e rinnovando i sacri impegni che, spinti dall’amore di Cristo, avete assunto con gioia verso la sua Chiesa nel giorno della vostra ordinazione sacerdotale

Essere conformi a Cristo, uguali a lui, è la vocazione di tutti noi cristiani, e ognuno è chiamato a desiderarlo e chiederlo per sé e per i fratelli. Come è bella quest’altra espressione della liturgia di oggi: «Concedi, Dio onnipotente, che, rinnovati dai santi misteri, diffondiamo nel mondo il buon profumo di Cristo».

In questa celebrazione ringraziamo Dio anche per alcuni anniversari significativi. Il Settantesimo anniversario di ordinazione di Monsignor Vasco Migliarini (ordinato il 29 giugno1956) e il Cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di Padre Sandro Celli (ordinato il 1° maggio 1976) della comunità francescana di San Romano e di don Giovanni Osuch parroco di Santo Pietro Belvedere (ordinato il 6 giugno1976). A loro il mio e il nostro affetto e gratitudine per la testimonianza di fedeltà nella vocazione e per il loro servizio alla Chiesa. Che fiume di grazia è passato dalle vostre mani e dalle vostre parole! Che il Signore vi conceda tante gioie nella vostra vita sacerdotale piena di amore a Cristo e alla nostra gente.

Concludo ancora con alcune parole che ho scritto nella lettera pastorale: «La Chiesa è lì (è qui!), dove insieme celebriamo l’Eucaristia, dove si mette in comune la vita, cercando di farla illuminare dal Vangelo, dandosi aiuto reciproco per essere testimonianza credibile di Cristo, che è la speranza della nostra vita e del mondo».

 


Omelia della Santa Messa nella Cena del Signore

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». L’inizio del Vangelo che abbiamo ascoltato ci introduce in una prima dimensione di questa celebrazione In Cœna Domini: la solennità e paradigmaticità di un memoriale.

La prima lettura ci ricorda cosa stava celebrando, quella sera, Gesù con gli apostoli: la memoria della Pasqua in Egitto, del passaggio dalla schiavitù alla libertà, la salvezza per il sangue dell’agnello che aveva dato origine al popolo ebraico. «Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne». L’alleanza di Dio con il suo popolo, sancita nel sangue dell’agnello e carica di promessa.

Il Signore Gesù ha usato tutti i simboli della liturgia pasquale ebraica per esprimere la nuova alleanza tra Dio e il Suo popolo che stava avvenendo nel suo corpo e nel suo sangue, nel dono di sé, nella passione che stava per iniziare. Di questa dimensione è pieno il testo di San Paolo, che in modo solenne afferma l’impossibilità di mutare ciò che ha ricevuto. E duemila anni dopo ancora quelle parole, le parole della cosacrazione sono le stesse, perché il gesto eucaristico non è nostro, è di Gesù.

Lo rileggo: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti – aggiunge – che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

Il Vangelo di Giovanni – lo abbiamo appena ascoltato – ci porta però a un livello molto più affettivo, del sentimento di sé che ha Gesù e che vuole trasmetterci: il suo volerci amare fino in fondo, fino a farsi l’ultimo, a servirci, a lavarci i piedi. «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Sino a questa fine di abbassamento, che è anche un inizio. Inizia nel mondo la carità, l’amore senza ritorno, la gratuità totale e stupefacente: «Signore, tu lavi i piedi a me?»

Se oggi ripetiamo anche questo gesto, prima di offrire il pane e il vino, è perché la nostra eucaristia non è un rito fuori dal tempo, come i miti e i riti delle religioni cosmiche, ma un tornare alla fonte che è Lui vivo tra noi. «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Perché l’Eucaristia sia compresa e creduta, c’è bisogno che l’amore di Gesù diventi il nostro, che ora, qui, gli chiediamo di trasformarci in Lui, di lasciar agire il Suo amore in noi, di cambiare e passare da essere oggetto del suo amore, a soggetto vivo della sua missione per tutti.

Stasera, dopo la Santa Messa, davanti all’altare pieno di fiori che visiteremo per adorare il mistero del pane eucaristico, chiediamo che l’amore di Gesù diventi vita nostra, offerta nostra, carità nostra.

Lo accogliamo e lo chiediamo nel mistero di questa comunione che è la Chiesa, che stasera ritrova la sua origine e il suo senso, per rinnovarsi, anzi lasciarsi rinnovare da Cristo.

 

+ Giovanni Paccosi