Il 12 marzo scorso la parrocchia di Larciano ha ceduto in perpetuo al Comune la Rocca medievale fondata dai conti Guidi. Dodici euro l’anno di affitto per cinquant’anni, poi la svolta: una donazione che vale molto più di un atto notarile. E che per la diocesi di San Miniato, in chiave sinodale, è una tappa importante della riflessione più ampia sul cambiamento delle strutture materiali e sulla loro conversione missionaria.
C’è una data che Larciano non dimenticherà tanto presto: giovedì 12 marzo 2026. Giorno in cui, con atto notarile siglato a Fucecchio, la parrocchia ha donato in perpetuo la Rocca del castello cittadino al Comune. Donato, sì: non venduto, né ceduto in locazione. Donato. Con tutto il peso semantico e quasi anacronistico di un gesto che riecheggia i secoli in cui i grandi casati ridisegnavano i confini del potere trasferendo castelli e torri con un tratto di penna. Solo che stavolta, a fare il gesto, è la Chiesa. E a ricevere, è la comunità. Si è trattato del punto di arrivo di una trattativa avviatasi già qualche tempo fa, in cui la Diocesi di San Miniato ha svolto un ruolo decisivo di mediazione. La storia, in breve, è questa: la Rocca di Larciano, fondata dai conti Guidi, risalente al X-XI secolo, arroccata a 165 metri sul Montalbano con la sua torre che svetta per quasi quaranta metri, era proprietà della parrocchia. Fino al 2024 il Comune pagava un affitto simbolico: dodici euro l’anno. Cinquant’anni di contratto, scaduto appunto due anni fa. Al momento del rinnovo, però, anziché riproporre la formula della locazione, qualcuno ha avuto il coraggio di porre la questione: e se invece venisse donata?
La risposta affermativa non era scontata. La donazione richiedeva il via libera del Ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza. Quindi istruttorie, attese, ecc. Alla fine, i permessi sono arrivati. E con loro, la storia. A favore della scelta declinava anche un ulteriore argomento: negli ultimi anni l’amministrazione comunale si era spesa, con risorse e progetti, per valorizzare la struttura e il borgo, realizzando opere per facilitarne la fruizione, garantendo la manutenzione ordinaria della cinta muraria e curando il museo civico ospitato negli ambienti della Rocca. I numeri danno ragione a questo impegno: tremila visite l’anno, un dato che non molti borghi di questa dimensione possono vantare.
Il vescovo Giovanni Paccosi ha commentato in proposito: «Abbiamo deciso di donare al Comune la rocca di Larciano, perché l’opera che sta conducendo per recuperare tutta la cinta muraria e il museo, che nella rocca si trova, sono di interesse pubblico e non avrebbe ancora senso che la Chiesa continui a essere proprietaria di un bene che in realtà è di tutti, e che porta con sé la storia di tutto un territorio. Proprio per questo abbiamo deciso di donarlo, in modo che il Comune, avendo accesso anche a possibili finanziamenti, possa metterlo in valore il più possibile e renderlo un luogo usufruibile per tutta la popolazione, oltreché un attrattivo da un punto di vista culturale, storico e turistico». «È uno di quegli eventi che resteranno nei libri di storia», ha detto con soddisfazione la sindaca di Larciano Lisa Amidei. «Ringraziamo chi ha lavorato a questo atto: i tecnici del Comune e della Diocesi e l’architetto Simone Martini». «In questi anni – ha proseguito la sindaca – le visite alla rocca sono aumentate tantissimo, merito dei progetti, delle iniziative e dell’Auser, perché in primo crediamo nella valorizzazione del nostro territorio e proprio per questo abbiamo provato a chiedere alla Diocesi di donarci il castello, anziché rinnovare l’affitto e questo è stato accettato. Quindi un ringraziamento anche al nostro vescovo e a don Sergio Occhipinti», parroco di Larciano. Ma questa donazione non è soltanto la vicenda felice di un castello che cambia proprietario. È anche, e forse soprattutto, un segnale, il primo atto visibile di una riflessione più profonda che la Diocesi di San Miniato sta conducendo da qualche tempo sul proprio patrimonio materiale e sulla sua conversione missionaria.
Il punto di partenza, come spesso accade, è stato un “esame di coscienza”: il consiglio presbiterale diocesano, stimolato dal Cammino sinodale della Chiesa italiana, ha iniziato a fare i conti con una realtà evidente: nelle nostre parrocchie ci sono strutture che non sono più risorse, ma pesi. Pesi economici e burocratici, pesi che sottraggono ai sacerdoti tempo ed energie. Strutture spesso chiuse e a rimessa, che generano problemi anziché sostenere la missione per cui erano nate. Le proposte elaborate sono state concrete: condividere gli spazi, affidarli a cooperative per sgravare le parrocchie, destinarli a finalità sociali, ricavandone eventualmente quella forma di autofinanziamento che un tempo si chiamava, con parola oggi quasi dimenticata, “beneficio”. E per quelle strutture che non si riescono in nessun modo a reimpiegare utilmente? Lì si apre la strada dell’alienazione. Non come resa, ma come lucidità: mediamente ogni quindici o vent’anni questi beni richiedono restauri che divorano tutto ciò che si era eventualmente guadagnato nel frattempo. La matematica, in questi casi, è spietata. Lo spirito con cui procedere, secondo il consiglio presbiterale, deve restare ancorato a tre punti fermi: agire con trasparenza; educare i fedeli alla comprensione che la fede ha a che fare anche con questi temi; e ricordarsi soprattutto che siamo chiamati a vivere la povertà, non la miseria, e che le strutture esistono per la missione, non la missione per le strutture.
La donazione della Rocca di Larciano è, in questo senso, un inizio. Un segnale lanciato verso un processo più ampio, che nel tempo dovrà coinvolgere anche le comunità locali e i loro fedeli. Un processo «virtuoso», come lo definisce lo stesso consiglio presbiterale. E in un’epoca in cui la Chiesa è spesso chiamata a rispondere di ciò che possiede, c’è qualcosa di disarmante, nel senso più bello del termine, in una comunità cristiana che sceglie deliberatamente di privarsi di un castello per restituirlo a tutti.
La storia della Rocca
Posta a 165 metri d’altitudine sulle pendici occidentali del Montalbano, la Rocca di Larciano è una delle strutture medievali meglio conservate di tutta la Valdinievole. Costruita dai conti Guidi tra il X e l’XI secolo, si inserisce sul perimetro della cinta muraria come una possente cortina a chiusura dell’angolo occidentale, con la torre — quasi quaranta metri d’altezza — che poggia sul vertice estremo. Ha due porte di accesso e al suo interno trovava posto la dimora del podestà.
Nel 1226 il Comune di Pistoia l’acquistò dai Guidi per seimila lire di conio pisano: una cifra esorbitante per l’epoca, segno di quanto quella posizione valesse strategicamente. Da lì, la Rocca dominava l’intera Valdinievole, con lo sguardo che spingeva fino a Lucca e alla piana fiorentina. Larciano divenne così il principale baluardo difensivo meridionale di Pistoia. Dopo la sottomissione di Pistoia a Firenze, passò sotto la dominazione fiorentina nel 1401.
Le pareti divisorie interne della struttura oggi non ci sono più, ma nella muratura si aprono ancora le belle finestre che un tempo appartenevano al palazzo. Al centro del cortile, ancora funzionante, l’antica cisterna per l’acqua. Tutto il complesso si presenta oggi in ottime condizioni, grazie a un recente e accurato restauro.

