«Andiamo.» «Sì, andiamo.» E la didascalia aggiunge, implacabile: «They do not move» (Non si muovono). È lo scambio di battute fra Vladimiro ed Estragone, i protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Quando andò in scena per la prima volta a Parigi, nel gennaio del 1953, la critica si divise tra chi vi lesse un manifesto dell’assurdo esistenzialista e chi, come il teologo Hans Urs von Balthasar, intuì qualcosa di più antico e di più inquietante: una liturgia laica dell’attesa, in cui il nome stesso di Godot richiama la domanda su Dio, che il Novecento ha smesso di formulare ad alta voce ma che non ha mai smesso di rimuginare nelle profondità del proprio cuore.
Beckett era irlandese, cresciuto nel protestantesimo anglicano, poi diventato agnostico. Eppure la sua opera è attraversata da capo a fondo dalla struttura biblica dell’attesa: quella di Giobbe che chiede ragione della propria sofferenza a un Dio che, infine, risponde dalla tempesta, quella degli esiliati che siedono super flumina Babylonis e non riescono a cantare i canti del Signore in terra straniera. Vladimiro ed Estragone non sono atei, sono abbandonati. E l’abbandono presuppone qualcuno da cui ci si sente abbandonati.
Il paradosso drammaturgico che Beckett costruisce è di una semplicità disarmante e di una profondità inesauribile. I due protagonisti non ricordano con certezza se erano già lì il giorno prima, non sanno con certezza se Godot ha ricevuto il loro messaggio, non sanno nemmeno con certezza cosa chiederebbero a Godot se arrivasse. Eppure restano. L’attesa non ha oggetto definito, ma ha una fedeltà assoluta. È impossibile non sentire, in questo, un’eco di quei mistici che hanno definito la preghiera «attenzione pura, senza oggetto».
Il palco vuoto, l’albero che tra il primo e il secondo atto mette miracolosamente quattro o cinque foglie, il messaggero bambino che ogni sera annuncia che Godot non verrà ma verrà domani, sono come un’icona al contrario, non la presenza visibile che rimanda all’invisibile, ma l’assenza che custodisce la possibilità della venuta.
Il teatro, «arte vivente», radicata nel qui ed ora irripetibile della rappresentazione, è forse l’unico medium capace di rendere fisicamente esperibile la tensione teologica tra il «già» e il «non ancora». Non è un caso che Peter Brook, che di Beckett fu interprete e custode, abbia scritto che Aspettando Godot è «la più grande opera teatrale del dopoguerra perché riesce a fare quello che solo il teatro può fare: tenere aperta, per la durata di una serata, una ferita».
La ferita del senso; la sua ostinata, dolorosa, comica ricerca da parte di creature che non riescono a smettere di cercare nemmeno quando avrebbero tutti i motivi per farlo. Vladimiro ed Estragone litigano, si consolano, dimenticano, ricordano male, si addormentano, si risvegliano, provano a impiccarsi senza riuscirci. In questo catalogo dell’umano fallimento c’è più teologia di quanta non se ne trovi in molte biblioteche: la creatura che non riesce a salvarsi da sola, che non riesce nemmeno a perdersi del tutto, sospesa in un purgatorio privo di coordinate temporali, tenuta in piedi soltanto dall’attesa di un Altro.
«Dobbiamo tornare domani», dice Vladimiro alla fine. «Sì», risponde Estragone. E non si muovono.
Forse la fedeltà all’attesa è già una forma di fede. La fede nuda, ostinata, quasi involontaria, di chi continua a stare sotto un albero spelacchiato perché, anche senza saperlo dire, sa che andarsene sarebbe peggio.


