Cammino Quaresimale

La Grazia attraverso le crepe

di don Francesco Ricciarelli

Più ancora delle vite dei santi, a suscitare il mio stupore, da ragazzo, di fronte alla grandezza della vocazione sacerdotale è stato il romanzo di Graham Greene Il potere e la gloria. Il protagonista è un prete alcolizzato, braccato dalla polizia messicana durante le persecuzioni anticlericali degli anni Venti. Padre Whisky (il sacerdote non viene mai chiamato col suo nome) porta nel cuore il peso di una figlia illegittima, non riesce più a pregare, si sente l’ultimo dei peccatori, eppure è lui l’unico sacerdote rimasto a portare i Sacramenti in quella terra desolata, l’unico che possa donare il perdono ai peccatori e la comunione ai morenti. È un santo malgrado sé stesso, testimone della grazia che opera attraverso vasi d’argilla.

Iniziare la Quaresima con Graham Greene in fondo significa accettare questa scomoda verità: il cammino verso la Pasqua è un pellegrinaggio zoppicante di poveri Graham Greene peccatori. Graham Greene ha popolato i suoi romanzi di simili figure, che sono tutt’altro che modelli di perfezione: alcolizzati, adulteri, traditori. Eppure proprio in loro risplende in modo particolare il mistero della redenzione. Prendiamo Sarah Miles in Fine di una storia. Donna sposata che tradisce il marito con uno scrittore, per il quale nutre una passione travolgente. Durante un bombardamento su Londra, l’amante viene ritrovato privo di conoscenza e Sarah si rivolge a Dio facendo un voto disperato: «Se lo fai vivere, lo lascerò per sempre». L’uomo si riprende e Sarah mantiene la promessa. La sua Quaresima inizia così, con un’invocazione strappata dal terrore. La conversione nasce dalla fragilità. La grazia non aspetta che diventiamo degni, ma ci raggiunge esattamente dove ci troviamo, nel fango delle nostre contraddizioni. Padre Whisky celebra Messa con vino scadente, Sarah Miles prega senza saper pregare, il maggiore Scobie (protagonista del Nocciolo della questione) tradisce i propri principi morali e religiosi per non far soffrire gli altri. Sono tutti personaggi schiacciati tra la coscienza del bene e l’impossibilità di realizzarlo. La preghiera, il digiuno, l’elemosina che siamo chiamati a intensificare nel tempo di Quaresima sono strumenti preziosi, ma Greene ci mette in guardia dall’illuderci che possiamo conquistare la salvezza con uno sforzo ascetico. Nei suoi romanzi come nei Vangeli, i veri perduti non sono i peccatori consapevoli di esserlo ma coloro che si credono giusti, come il tenente del Potere e la gloria, che è convinto di costruire un mondo migliore eliminando i preti corrotti o i cattolici intransigenti che gettano la croce su Sarah Miles. Si tratta di un’eco dell’ammonimento evangelico rivolto ai ciechi che non sanno esserlo e non riconoscono di aver bisogno di misericordia. I quaranta giorni nel deserto possono diventare per noi un tempo di verità, se smettiamo di fingere di essere migliori di quel che siamo e accettiamo la nostra fragilità. Nella sua ultima confessione prima del martirio, il prete del Potere e la gloria non può offrire altro a Dio che il proprio fallimento e c’è qualcosa di liberatorio in questa conclusione. Al di là delle sue intenzioni, il suo martirio diventa seme di nuovi cristiani (e anche di vocazioni sacerdotali…).

Greene, che visse crisi spirituali profonde, ci offre personaggi che sono specchi in cui possiamo riconoscerci. Chi di noi non si è sentito indegno del Vangelo che è chiamato a testimoniare? Chi non ha scoperto di essere inseguito da Dio proprio nel momento in cui cercava di fuggirlo? La lettura di qualche buon romanzo di Graham Greene ci aiuta a superare non solo la tentazione della superbia spirituale, ma anche quella dello scoraggiamento che ci fa dire: «Non sono abbastanza santo per questa Quaresima». È proprio perché siamo incrinati che la grazia può passare attraverso le nostre crepe. La riscoperta della debolezza del nostro passo nel deserto quaresimale non è che l’inizio della salvezza.