Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci mostra Gesù messo in discussione dagli scribi e dai farisei, che continuano a chiedergli segni, nonostante tutti i segni, i miracoli, i gesti di misericordia, di cui tutti erano stati spettatori. Gesù non si mette a discutere, ma li lascia lì, andando avanti per la sua strada.
In questa Santa Messa, che offriamo per il servo di Dio, Don Luigi Giussani ai 21 anni dalla sua morte, e in ringraziamento per i 44 anni dal riconoscimento Pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, non posso fare a meno di leggere questo Vangelo come un invito a guardare l’oggi della grande storia di CL iniziata più di settant’anni fa.
La certezza della bontà del cammino, in una continuità che approfondisce e purifica la coscienza di fede di chi vive con semplicità il movimento, è confermata e sostenuta dalla preferenza commovente dai Papi che si sono succeduti sul soglio di Pietro.
Ero presente il 28 dicembre 1977, quando nell’aula Nervi, il Papa Paolo VI si rivolse a noi studenti fiorentini, e per la prima volta parlò di Comunione e Liberazione, ringraziando Don Giussani.
Ed ero presente a Roma nel 1984 quando Giovanni Paolo II ci disse: «”Andate in tutto il mondo” (Mt 28, 19) è ciò che Cristo ha detto ai suoi discepoli. Ed io ripeto a voi: “Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore”», dopo aver riconosciuto la validità del metodo di educazione alla fede di don Giussani.
Ero presente anche quando, un anno dopo, parlando a noi sacerdoti, lo stesso Giovanni Paolo II, ci disse: «Rinnovate continuamente la scoperta del carisma che vi ha affascinati ed esso vi condurrà più potentemente a rendervi servitori di quell’unica potestà che è Cristo signore!» e più avanti: «I carismi dello Spirito sempre creano delle affinità, destinate ad essere per ciascuno il sostegno per il suo compito oggettivo nella Chiesa. È legge universale il crearsi di tale comunione. Viverla è un aspetto dell’obbedienza al grande mistero dello Spirito». Ascoltandolo si rafforzava in noi la volontà di dare la vita alla Chiesa nel movimento in modo indiviso, nel desiderio di immedesimarci con Cristo.
In molti abbiamo ancora davanti agli occhi Benedetto XVI, pochi giorni prima del suo insediamento sulla cattedra di Pietro che, nel funerale di don Giussani, affermò: «(Don Giussani) è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo. (…) L’amore di don Giussani per Cristo era anche amore per la Chiesa, e così sempre è rimasto fedele servitore, fedele al Santo Padre, fedele ai suoi Vescovi».
Gli anni recenti hanno visto l’impegno ancora più diretto di Papa Francesco in una guida paterna e appassionata, per liberare il nostro cammino da possibili riduzioni o errori e lanciarci nella missione con l’originalità e l’integralità del metodo comunicatoci dal carisma. Siamo persone umane e senza questa paternità non potremmo camminare.
In questi ultimi tempi, anzi giorni, Papa Leone ha voluto di nuovo prenderci per mano, assicurando tutti della bontà del cammino e dei cambiamenti in atto: in primo luogo riguardo al nuovo statuto della Fraternità e al compito del suo attuale presidente. Che gratitudine essere preferiti così!
A me, personalmente, in questi ultimi tempi, è stato chiesto di entrare ancora di più nel cuore del movimento e – paradossalmente – proprio mentre il Santo Padre mi ha voluto chiamare a far parte del collegio apostolico, nominandomi Vescovo di San Miniato.
Tra pochi giorni, il 26 febbraio, compirò tre anni nella nostra diocesi. In questo tempo ho potuto sperimentare in un modo nuovo, mai immaginato prima, ciò che ci disse nel settembre del 1985 Giovanni Paolo II, cioè che l’appartenenza al movimento e l’obbedienza e il servizio alla Chiesa, non sono due rette sghembe ma l’unica strada. Pochi giorni fa il Papa, ricevendomi in udienza, mi ha confermato in questa “strana” doppia-unica responsabilità.
La Chiesa ha bisogno del carisma, e il carisma ha bisogno della paternità della Chiesa: l’ho vissuto nella comunione, diventata profonda amicizia, con gli altri membri della Diaconia centrale della Fraternità di Comunione e Liberazione e con Davide Prosperi.
Mi rendo conto che è cresciuta in me la coscienza del dono ricevuto nell’incontro con questa storia, e insieme uno sguardo più disponibile al servizio e all’ascolto di ogni membro di questa nostra Diocesi così bella e piena di vita, ma anche sempre bisognosa di mettersi continuamente in missione.
A voi amici dico con il cuore: non perdiamo tempo in discussioni e viviamo la nostra sequela alla Chiesa e all’autorità chiamata da essa a guidare il movimento. C’è chi vorrebbe dividere e seminare dubbi. Preghiamo oggi per il grande popolo nato da don Giussani, di cui speriamo presto sia riconosciuta la Santità, e seguiamo con la letizia dei poveri, di coloro che tutto hanno ricevuto.
Vedremo, ogni giorno di più, fiorire in noi la passione per Cristo e la passione per ogni persona, che aspetta, anche inconsapevolmente, di essere raggiunta dall’amore di Cristo. Questa passione mosse Don Giussani in ogni respiro della sua vita, e chiediamo che possa diventare anche il respiro della nostra. Così sia.
+ Giovanni Paccosi
