Maria e Giuseppe salgono al tempio di Gerusalemme per compiere un rito prescritto dalla Legge mosaica: per riscattare il loro primogenito Gesù devono offrire in sacrificio una coppia di giovani colombi. È l’offerta dei poveri, di chi non può permettersi un agnello. Eppure c’è qualcosa di vertiginoso in questa scena: quel bambino che viene presentato al tempio è l’Agnello di Dio venuto a togliere il peccato del mondo. Offrire Gesù a Dio è un’anticipazione del sacrificio cruento che si consumerà proprio lì, a Gerusalemme, sul Golgota, per la salvezza di tutti. Maria lo sa nel profondo del suo cuore di madre. E quando il vecchio Simeone prende tra le braccia il bambino, la profezia diventa esplicita. Da tanti anni Simeone attendeva il Salvatore, docile alla promessa dello Spirito che gli aveva assicurato: non vedrai la morte prima di aver visto il Cristo del Signore. Quando finalmente vede il bambino, la sua gioia è tale da renderlo pronto a morire: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Ma subito dopo Simeone si rivolge a Maria e pronuncia la profezia dolorosa della spada che le trafiggerà l’anima. Una profezia che la Vergine accoglie in silenzio. Un altro sì che le costa, ma che Maria pronuncia con la stessa libertà del sì all’Annunciazione. La cultura contemporanea fatica a comprendere questo linguaggio. Per noi, libertà significa assenza di vincoli, autodeterminazione illimitata, rifiuto di ogni giogo. Al contrario Maria ci mostra che la vera libertà non si trova nell’autonomia assoluta ma nell’obbedienza dettata dall’amore. Maria è la creatura più libera di tutte perché obbedisce.
È il paradosso della Candelora, riecheggiato nelle parole di Cristo: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Il peso di cui parla Gesù non è oggettivamente leggero da portare, ma assunto per amore, quel giogo diventa fonte di misteriosa gioia. Georg Friedrich Händel ha saputo tradurre meravigliosamente questo paradosso in musica nel suo Messiah, nell’inno conclusivo della prima parte. Dopo l’invito solenne «Take his yoke upon you» (Prendete il suo giogo su di voi), il coro esplode ripetendo le parole «His yoke is easy, his burthen is light» (Il suo giogo è dolce, il suo carico leggero) con una gioia quasi danzante. Non c’è traccia di fatica o rassegnazione in questa musica. Si tratta di una fuga brillante in cui le voci si rincorrono in imitazioni giocose. Il movimento è veloce e la linea melodica prevalentemente ascendente, come se il peso del giogo veramente svanisse nella leggerezza della musica, che termina in una luminosa cadenza perfetta.
Come nella fuga handeliana, dove ogni voce mantiene la propria identità e libertà pur inserendosi in un disegno armonico più grande, così la vera libertà umana non si trova nell’autodeterminazione isolata ma nell’appartenenza consapevole. Il dono di sé non annulla la persona ma la realizza pienamente.
Anche le candele benedette nella liturgia della Candelora portano con sé questo significato profondo. Simboleggiano Cristo, «luce per illuminare le genti», come profetizza Simeone, ma al tempo stesso quella luce si offre attraverso la cera che si consuma, attraverso la fiamma che brucia donandosi. La candela non può illuminare senza consumarsi. È l’immagine perfetta del paradosso evangelico: solo chi perde la propria vita la trova, solo il chicco di grano che cade in terra e muore porta molto frutto. Le nostre candele, portate a casa e accese nei momenti di buio ci ricordano ogni volta questa verità. La gioia più vera, quella che Händel fa cantare al suo coro, non nasce dal possesso geloso della propria autonomia, dall’affermazione orgogliosa del proprio io, ma dall’obbedienza vissuta nell’amore.

