Riflessioni

La benedizione nelle famiglie
una grande occasione pastorale

di don Angelo Falchi

Le parrocchie più grandi a fine gennaio parte un’azione pastorale di grande impegno e di capitale importanza pastorale. È occasione di un contatto unico tra pastore e famiglia nell’intimità della casa, a diretto contatto con quella singola realtà familiare dove tu, parroco, incontri e conosci la realtà in cui vivono quelle persone: genitori, bambini, anziani, infermi; povertà e ricchezza, gioie e dolori, speranza e delusione, fede e disperazione, accoglienza e rifiuto.

Un vero caleidoscopio delle nostre comunità, sempre più interessate alle ultime novità captate su internet che sulla verità del vangelo. Eppure, nonostante tutti questi limiti, non indifferenti alla ricerca di senso, alle domande più impegnative su Dio, sulla vita, sulla morte e sul dopo-morte. Ecco perché la visita alle famiglie è una grande occasione pastorale, da non condursi in fretta con lo sguardo all’orologio, ma sulle persone e sui loro problemi. Pensiamoci bene: questa visita domestica annuale del prete per la maggior parte delle famiglie rappresenta l’unica occasione di contatto con un rappresentante qualificato della Chiesa.

Non va sciupata! Come si sciupa? Facendo percepire alla gente che questa visita è una fatica e non un piacere; che prima finisce è meglio è; che non serve a niente se non a ruscolare un po’ di soldi, che fanno sempre comodo; che per un Padre nostro e quattro schizzi d’acqua benedetta non c’è bisogno di spendere troppo tempo; che se poi la gente in casa a quell’ora non c’è, pazienza, non è mica colpa mia! Prenderanno la benedizione l’anno prossimo! E qui, allora, è d’obbligo una riflessione. Ci aiuta la pagina del Vangelo con la parabola della pecora separatasi dal gregge e l’immagine della chiesa in uscita, di “francescana” memoria. Nel vangelo il pastore si preoccupa più della pecora che non è arrivata all’ovile che di tutte quelle che sono dentro il recinto; ed è lui che esce alla ricerca di quella, senza sapere l’esito di quella ricerca: potrebbe trovarla, ma anche no; oppure, pur trovandola, potrebbe non piegarsi a tornare all’ovile insieme alle altre. Ma lui va, finché non la trova e trovatala, non la prende a calci, ma le evita la fatica del cammino, caricandosela sulle spalle. Non si lamenta della fatica, della cena saltata, del riposo mancato: sveglia gli altri amici per far festa, per condividere con tutti la gioia incontenibile del ritrovamento e della ricongiunzione della pecora smarrita con il resto del gregge.

Da vecchio pastore, mi permetto non di insegnare, ma di far conoscere la mia esperienza, qualora avesse ancora senso. Nella attuale situazione della ripartizione del tempo tra lavoro, scuola, sport ecc., se vogliamo trovare in casa il maggior numero dei componenti della famiglia bisogna cominciare dalle ore 17 in poi fino all’ora di cena e oltre. E i chierichetti che accompagnano come si fa a portarseli dietro a quell’ora? Penso che sia più importante l’incontro personale con la famiglia che la compagnia dei bimbi in quel momento. Quante situazioni, anche delicate, vengono fuori in quella visita che rimarrebbero taciute in presenza di estranei o di piccoli! Il prete può andare da solo. Così più agevolmente può tornare anche indietro a riprovare a suonare alla casa dove prima non c’era nessuno.

Non si può immaginare la gioia che provano gli anziani infermi, che si sentono “considerati” dal loro sacerdote che si intrattiene qualche momento con loro, che fa loro una carezza! Non è quello il momento di dare loro la S.Comunione; il Corpo di Cristo non è un cioccolatino che si tira fuori di tasca e si da al bambino. La visita alla famiglia è il momento adatto per fare il censimento di queste persone che necessitano di un’attenzione particolare e saranno oggetto di una visita mirata, magari in un mattino di quella settimana o in altro momento opportuno. Dare la Comunione in quel momento (e la Confessione?) è come dire: «Mi son levato un peso; ora, fino all’anno prossimo siamo al posto!». Anche la preghiera deve essere coinvolgente, magari anche con il solo «ascoltaci, Signore»; facile e capibile, col Padre nostro; e concludere con l’aspersione. La nostra gente è solita fare un’offerta. Accettarla e ringraziare, vuol dire far sentire la persona, o la famiglia, parte integrante della Comunità, dove tutti partecipano ai bisogni di tutti. Occorre spiegare che quell’offerta non è del sacerdote, ma della cassa parrocchiale, che provvede alle spese per il servizio liturgico, per la manutenzione delle opere e strutture parrocchiali, per i poveri. Talvolta ci possono essere delle spese per particolari progetti. La generosità cresce nella misura in cui la gente è informata sulla destinazione e rendicontata riguardo all’incasso. Sono soldi pubblici e la comunità ha il diritto di sapere come vanno le cose in famiglia!