Riflessioni: Quel Cavallo che non c'era

La Conversione di San Paolo

di don Francesco Ricciarelli

La conversione di Saulo sulla via di Damasco è un evento fondamentale nella storia della salvezza. Eppure, l’immagine che tutti conserviamo nella memoria – il persecutore dei cristiani che cade da cavallo, accecato dalla luce divina non corrisponde esattamente al racconto biblico.

Gli Atti degli Apostoli riferiscono infatti che Saulo cadde a terra, senza alcun riferimento a un cavallo. La tradizione del cavallo emerge gradualmente nell’arte medievale, divenendo un elemento imprescindibile della rappresentazione. Il motivo è principalmente simbolico: mostrare Saulo disarcionato dal cavallo – simbolo di forza, di potere mondano- significa visualizzare la caduta non solo fisica, ma anche esistenziale del superbo, l’orgoglio terreno del persecutore che viene abbattuto e umiliato.

Questo elemento iconografico è ripreso anche da Michelangelo, nella rappresentazione della conversione di Saulo nella Cappella Paolina in Vaticano. Qui il cavallo è imbizzarrito, spaventato e diventa rappresentazione dello sconvolgimento interiore che precede la rivelazione: un mondo si ribalta, crollano le certezze. Anche le figure umane attorno a Saulo sono atterrite e cercano scampo, fuggendo verso le colline brulle sullo sfondo. Saulo, disteso a terra è accecato dal raggio luminoso inviato dalla possente figura di Cristo, che appare in alto, circondato dagli angeli. Ben diversa la rappresentazione che dello stesso episodio dà Caravaggio, nel dipinto conservato in Santa Maria del Popolo, a Roma. Il cavallo occupa gran parte della scena, enorme e imponente. Appare tranquillo e solleva uno zoccolo per non calpestare Saulo che giace a terra, con le braccia protese, fragile e sconvolto. La luce divina emerge dal buio e, a differenza di quanto accade nell’affresco di Michelangelo, la figura di Cristo non viene mostrata. Intorno a Saulo non ci sono altre figure umane, se non il vecchio palafreniere che si intravede dietro il cavallo e che ne tiene le briglie. Una scelta compositiva, quella di Caravaggio, più essenziale e pacata eppure altrettanto intensa e drammatica: l’assenza di testimoni sottolinea la solitudine dell’incontro del futuro Apostolo con Dio, mentre il cavallo mansueto diventa testimone silenzioso della misericordia divina. L’animale che rappresentava la superbia abbattuta, qui si trasforma in creatura che rispetta il momento sacro, come se intuisse e riconoscesse la presenza del divino prima ancora dell’uomo. La protervia del peccato viene domata dalla grazia e il cavallo diventa lo strumento narrativo perfetto per esprimere la portata della conversione. Si tratta di uno dei tanti dettagli extra-testuali sedimentati attraverso secoli di tradizione iconografica cristiana che non travisano il messaggio biblico ma anzi lo rendono più accessibile e più memorabile.

La conversione di Paolo incarna un’esperienza universale che attraversa i secoli, la possibilità di una trasformazione radicale, quando convinzioni e prospettive consolidate vengono rovesciate da un’illuminazione divina. E quel cavallo mai menzionato continua a disarcionare, ancora oggi, la presunzione umana di fronte al Mistero di Dio.