Riflessioni

«Nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca»

di don Tommaso Giani

Uno degli effetti collaterali più dolorosi della pandemia è la sindrome del “tutti contro tutti”. Chi deve chiudere l’attività dopo l’ultimo decreto contro chi ha ancora il permesso di tenere aperto. Chi ha perso il lavoro contro chi ha ancora lo stipendio di sempre. Chi è più affamato di socialità (anche a costo di prendersi qualche rischio di troppo) contro chi non esce di casa nemmeno per andare a prendere un caffè sotto casa. Chi è giovane contro chi è anziano, chi fa sport contro chi è sedentario.

Tutti contro tutti, appunto: a colpi di commenti al vetriolo su internet e di giudizi sferzanti pronunciati per strada. Oggi a sfogare tutto il loro dispiacere sono, fra gli altri, i miei amici Facebook che lavorano nel mondo del teatro: più di uno di loro, con toni civili ma amareggiati e velatamente polemici, mi fa notare che mentre le platee delle chiese per le funzioni religiose restano consentite, quelle degli spettacoli teatrali non più. Eppure sempre di platee si tratta. E dov’è la differenza? Un cattolico come me può dire che per lui la Messa ha una valenza spirituale non comparabile con uno spettacolo teatrale, ma chi non è cattolico e quella valenza non la percepisce? Dal suo punto di vista un non cattolico amante del teatro o lavoratore nell’ambito del teatro ha tutte le ragioni del mondo per sentirsi trascurato, o di serie B, rispetto al popolo delle Messe.

Questo grido di dolore del mondo del teatro indirettamente rivolto a noi cattolici mi colpisce, e non mi lascia indifferente. Mi tornano in mente le parole di papa Francesco durante la benedizione Urbi et Orbi nel cuore della prima ondata pandemica: «Nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca». E allora mi viene da rispondere ai miei amici vittime più di me dei teatri chiusi: «Noi cattolici non siamo vostri rivali, noi siamo con voi, siamo dalla vostra parte». Il fatto che il governo abbia fatto una scelta che lascia “aperti” noi dell’altare e non voi del palcoscenico non mi fa affatto ghignare di superbia, e nemmeno sospirare per lo scampato pericolo («menomale, è toccato a loro e non a noi»), ma mi fa sentire doppiamente responsabile.

Se il governo e la Chiesa si accordano per mantenere le funzioni religiose aperte al pubblico, io vorrei che le preoccupazioni, la frustrazione e la paura del futuro dei lavoratori teatrali entrassero nel cuore delle nostre Messe: con attori, direttori di teatro, scenografi o costumisti dei nostri territori invitati sull’altare per una testimonianza, per un’empatia da risvegliare, per una preghiera laica da condividere, per sentirci davvero tutti fratelli. Ho parlato del teatro, ma lo stesso vale per tutte le categorie sociali ed economiche più toccate da queste restrizioni. Chiudono le palestre, io sono un cliente già da un po’ di tempo di quella struttura. Il prossimo mese e forse anche quello successivo risparmio la quota di iscrizione, 100 euro in più in tasca. Magari li spendo per un abbonamento alle serie tv o per comprarmi un completo nuovo da ginnastica.

O se invece li spendessi pagando comunque la quota alla palestra chiusa, senza salire sui tapis-roulant e senza pesi da sollevare? Senza servizio? Così, solo perché io la mia palestra non la lascio sola? Beh, probabilmente sarebbe solo una goccia nel mare per il bilancio in sofferenza di quella attività. Però pensate al valore simbolico, alla commozione e alla gratitudine di quel gestore che si vede consegnata comunque la quota da parte di uno dei suoi clienti. Forse un po’ della rabbia che lo tiene prigioniero se ne andrebbe: «Sì, le difficoltà restano tutte, però non sono solo, c’è qualcuno che non si è dimenticato di me».

Certo, il governo, la regione, la società della salute… Giusto continuare a farsi sentire perché le istituzioni facciano il possibile e l’impossibile per aiutare chi è rimasto indietro: lo sforzo più importante deve farlo lo Stato, di qui non si scappa. Però questa consapevolezza non deve essere una scusa per il disimpegno e per una delega totale. Tutti noi il cui stipendio o i cui spazi di vita non sono stati intaccati dalle restrizioni siamo chiamati a fare la nostra parte, a far sentire concretamente la vicinanza a chi ora è più attanagliato dalla paura o dal senso di inutilità. E allora in mezzo alle preghiere per il Papa e per il popolo di Dio, perché dall’altare domenica prossima non facciamo riflettere anche sull’importanza e sulla necessità di una bella cena da asporto da prenotare a uno dei ristoranti del paese? Anche questo è carità. Anche questo è Vangelo.