Un popolo in cammino per la gloria di Cristo

Introduzione
Tre anni fa, il 26 febbraio 2023, iniziavo il mio ministero di Vescovo di San Miniato. Era un giorno freddo e piovoso, ma il mio ricordo è pieno di un grande calore, vissuto in ogni momento di quella giornata, dal primo incontro con i ragazzi di “Casa Verde” della Fondazione Stella Maris, a quello con i giovani radunati a San Francesco insieme alla Comunità Nuovi Orizzonti, all’accoglienza del Sindaco di San Miniato e di tanti altri rappresentanti dei Comuni, delle Istituzioni e delle numerose Associazioni in Piazza del Popolo, fino alla celebrazione intensissima in Cattedrale con il presbiterio, i diaconi e il popolo della diocesi.
Quella sera, terminati tutti gli incontri, ormai solo nel palazzo episcopale, mi trovai, un po’ tremante, a ringraziare Dio per la nuova tappa della mia vita, e per le persone che da ora sarebbero state la mia comunità, mentre Gli chiedevo di aiutarmi in un compito per cui non ero preparato.
Dopo tre anni, è cresciuta la mia gratitudine a Dio per la realtà di vita che ho incontrato nelle comunità e nelle persone di questa antica e stupenda Diocesi. Siete diventati davvero la mia comunità, la gente a cui voglio bene e a cui voglio donare la mia vita, con tutti i limiti che ho e che adesso tutti potete vedere chiaramente. Stiamo camminando insieme con gioia, ma sento necessario anche fare un po’ il punto e indicare alcune priorità per il cammino della nostra Chiesa in questo momento.
Ho deciso per questo di scrivere una “Lettera Pastorale”, che da sempre è lo strumento con cui il Vescovo dà a tutta la comunità diocesana delle indicazioni per il cammino comune. Cercherò di farlo in modo sintetico e spero che, su ciò che desidero esprimere, ci sia poi occasione di dialogo e di approfondimento, nei modi possibili.
La nostra Chiesa diocesana nelle dimensioni fondamentali della fede cristiana
Nell’esperienza cristiana si vive una singolare dinamica di relazione tra presente e passato e tra particolare e universale.
a. Dal passato al presente
La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo, anzi – come ci disse Papa Francesco nella sua prima esortazione apostolica – per comunicare la “Gioia del Vangelo (Evangelii Gaudium)”. Ma in cosa consiste il Vangelo? In un testo scritto? No, le parole della Scrittura, e del Vangelo in particolare, per noi cristiani non sono delle parole fuori dal tempo che dettano sentenze e precetti immutabili, ma la possibilità di attingere adesso alla novità di Cristo, così come entrò nel mondo e nella storia. Per riflettere sul cuore dell’annuncio cristiano uso un disegno, che tutti avrete visto nel mio stemma episcopale. In esso, insieme ad altri simboli, c’è un piccolo grafico (uno strappo alle regole del linguaggio dei blasoni) che, attraverso delle linee e dei simboli, esprime l’irrompere nella storia umana della novità senza precedenti di Cristo.
La linea orizzontale rappresenta il cammino dell’umanità, che procede nel tempo. Su di essa, rappresentata con una X (incognita), campeggia la presenza misteriosa del Divino, verso il quale in ogni momento e in ogni luogo, gli uomini si sono protesi in tentativi per immaginare Chi sia, cosa voglia dagli uomini, perché ci abbia creato. Questi tentativi nel grafico sono rappresentati dalle frecce che, dalla linea della storia, si dirigono (senza mai raggiungerla) verso la X, verso Dio. Ma in un certo momento preciso, il Mistero, Dio, ha avuto misericordia dell’uomo, ha deciso di farsi conoscere in un modo imprevedibile, facendosi uomo. La freccia che scende dalla X fino alla linea della storia esprime questo impensabile avvicinarsi, “impastarsi” con noi di Dio che, facendosi uomo, è entrato come protagonista della nostra storia, ma anche si è limitato: Dio infinito coincide con quell’uomo, Gesù di Nazaret, uno tra i milioni, e proprio in quell’uomo così piccolo e che fu messo addirittura in croce, abita tutta la pienezza e il senso della vita di ogni persona umana. La testimonianza che troviamo nel Vangelo ci parla di quell’uomo, con il suo volto, il suo modo di agire, le sue parole, che continuano ad affascinare oggi come duemila anni fa. Se nella Chiesa di oggi non fosse possibile incontrare Lui, non rimarrebbe nulla di nuovo da comunicare. Tutto della Chiesa esiste per questo: per incontrare oggi lo stesso Gesù che incontrarono Giovanni, Andrea, Pietro e Giacomo. Tuttavia il Vangelo, la Scrittura, ci offre il criterio per capire se quello che oggi comunica la Chiesa è proprio ciò che incontrarono i primi.
b. Dal presente al passato
Appunto perché Gesù è Dio fatto uomo, leggere il Vangelo sarebbe di per sé incapace di cambiarci, se non fosse possibile oggi fare la stessa esperienza dei primi che incontrarono Gesù in Palestina venti secoli fa. Noi siamo Chiesa per rendere possibile oggi l’esperienza dell’incontro con Cristo. È l’esperienza presente di una novità, di una bellezza, di una verità che si può riconoscere nella Chiesa di ora, che fa scoprire che il contenuto del Vangelo è vero. Si tratta di una grande sfida, ma anche di una grande vulnerabilità con cui la Chiesa si offre a chiunque. Ognuno può giudicare se nella Chiesa di oggi vive il Vangelo, anzi, se vive Gesù.
Lasciatemi dire che è questa l’unica ragione per cui anch’io, Vescovo, rimango con entusiasmo nella Chiesa. Per vivere ho bisogno di Dio, che dà senso a ogni istante della mia vita e in cui scopro che, nella mia miseria, ho un destino eterno di bene e di gioia. Nella Chiesa trovo Gesù, Dio fatto uomo, presente e vicino, e ogni giorno, nelle nostre comunità che amano e abbracciano, nei Sacramenti, nelle testimonianze di vita che incontro, ne riconosco i tratti inconfondibili, quella “fisionomia” della persona di Gesù di cui ci parlano i Vangeli.
Senza questa esperienza presente, portatrice di tutta la storia bimillenaria della Chiesa, ma sempre nuova, non potremmo credere che Gesù è risorto e che continua la Sua presenza tra noi.
c. Dall’universale al particolare
C’è un’altra polarità interessante su cui riflettere nell’esperienza cristiana. La Chiesa cattolica non è una confederazione di comunità, ma l’unica Chiesa di Cristo. Gesù ha deciso di continuare la sua presenza attraverso l’unità dei credenti che da subito si chiamò Chiesa (Ecclesia, in greco e poi in latino). Sarebbe interessante approfondire il significato etimologico di questa parola, ma mi limiterò a sottolineare che, come tutti sanno, ecclesia vuol dire assemblea convocata da Dio. Cioè la Chiesa non nasce “dal basso”, come una associazione di gente che si unisce per un interesse comune, ma è convocata “dall’alto”, da Cristo, che chiama e sceglie, dando a tutti coloro che ne fanno parte un compito facendoli nuove creature, per essere il Suo corpo vivo nel mondo.
Nella mia chiesa parrocchiale di Lima un pittore, morto giovane, aveva dipinto un crocifisso molto particolare: non aveva né mani né piedi, per dire che noi, adesso, siamo le mani e i piedi, il corpo vivente con cui Cristo agisce nella storia.
La Chiesa unica, universale, la Chiesa di Gesù, è quella in cui entriamo nel battesimo. Un battezzato in Giappone e un altro in Perù o in Italia sono una cosa sola in Cristo.
Lo scrisse più volte San Paolo: «Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 26-28). «Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11).
L’unica Chiesa di Cristo, che ha come guida il Papa, con il collegio dei Vescovi, successori degli Apostoli. Per questa unità noi crediamo che il Pane Consacrato che riceve ogni cristiano alla Messa è l’unico corpo di Gesù, che ci rende tutti unico corpo vivente nel mondo e nella storia.
d. Dal particolare all’universale
Ma che esperienza potremmo fare di questa unità, se non la vivessimo nella quotidianità di una realtà concreta, in una comunità parrocchiale, in un gruppo, in un movimento o una associazione di fedeli, nella famiglia e in gruppi di famiglie? La Chiesa vive nella comunità, che mi raggiunge concretamente, nel gomito a gomito del paese e del gruppo. Senza questa comunità concreta la Chiesa rimarrebbe un concetto bello, ma lontano, impossibile. La Chiesa è invece lì, dove insieme celebriamo l’Eucaristia, dove si mette in comune la vita, cercando di farla illuminare dal Vangelo, dandosi aiuto reciproco per essere testimonianza credibile di Cristo, che è la speranza della nostra vita e del mondo.
C’è un’unica condizione: che la comunità concreta di cui faccio parte sia legata alla Chiesa intera. Per questo in ogni Messa si rammenta il Papa, segno supremo dell’unità della Chiesa cattolica, universale, e il Vescovo, segno dell’unità di ogni comunità nella diocesi e con la Chiesa universale.
Mi scuso se queste riflessioni possono forse apparire un po’ scontate, ma vorrei proprio da esse dare uno sguardo al nostro presente e offrire alcune indicazioni per il nostro cammino come Chiesa diocesana.
Uno sguardo all’oggi della nostra Chiesa
Abbiamo appena concluso nel 2025 i due avvenimenti che hanno segnato la vita della Chiesa universale: Il cammino Sinodale e l’anno giubilare e in mezzo a questo la morte di Papa Francesco e l’elezione di Papa Leone. Sono stati per la nostra Diocesi gli eventi a cui ci siamo richiamati come “programma” degli ultimi due anni. Credo che chi di noi li ha presi come provocazione e proposta per la propria vita personale e per la propria comunità, abbia fatto esperienza di una grande dono. Tutti coloro che hanno fatto il pellegrinaggio a Roma, in particolare quello delle Chiese toscane a ottobre scorso, hanno vissuto davvero un cammino di conversione e una bella esperienza della Chiesa nella sua universalità e nel suo abbraccio di misericordia.
Il Cammino sinodale ci ha insegnato un metodo, quello della comunione vissuta (sinodalità vuol dire questo) dell’ascolto reciproco, della corresponsabilità. Dall’Assemblea Sinodale della Chiesa Italiana del 25 ottobre scorso è scaturito un documento molto articolato – dal titolo “Lievito di pace e di speranza” – che spazia in tutti gli aspetti della vita della Chiesa e propone tanti passi da compiere.
Noi Vescovi italiani, riuniti poi a novembre ad Assisi, abbiamo cercato di individuare le priorità nell’applicazione delle proposte che, in particolare, abbiamo individuato in due questioni fondamentali: in primo luogo la presa di coscienza che oggi ci troviamo in una società che non ha più la vita cristiana come riferimento culturale dominante e che per questo la trasmissione della fede non è scontata. Ci siamo allora domandati qual è l’aspetto che rende possibile questa trasmissione da una generazione all’altra e con le persone che non hanno idea dell’essenza del cristianesimo. Ci siamo resi conto che per comunicare la fede e per educare alla vita cristiana c’è bisogno della comunità. È la comunità che testimonia sulla piazza del mondo una forma nuova di vita e che forma incessantemente le persone sul modello di Cristo.
Anche nei nostri organi di partecipazione diocesana stiamo approfondendo queste tematiche. Poi a maggio, nell’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana arriveremo a delle indicazioni concrete, ma già fin da ora vorrei dare qualche indicazione che possa orientare la nostra programmazione diocesana per il presente e per il futuro.
Riferendoci alle due polarità, passato-presente, universale-particolare, tento di indicare alcuni passi urgenti da compiere nella nostra diocesi.
In primo luogo, il tema della comunità, come soggetto della missione e della formazione.
Il presbiterio e la comunità diaconale
In questi tre anni ho potuto conoscere e stimare sempre più i sacerdoti e i diaconi della nostra diocesi. Direi che con molti siamo diventati amici. Vorrei esserlo con tutti e vorrei che anche tra i sacerdoti e tra i diaconi crescesse sempre più il “gusto” di camminare insieme. In questo senso ringrazio tutti coloro che non lasciano mai di partecipare ai momenti comuni, ritiri, incontri di formazione, riunioni vicariali. Ogni opportunità per camminare insieme costruisce la nostra Chiesa più delle iniziative personali. Allo stesso modo le iniziative personali se condivise diventano ricchezza di tutti. Ai miei preti dico: sono con voi e sono a vostra disposizione, non solo per le celebrazioni e i momenti istituzionali, ma anche per condividere gioie e difficoltà quotidiane. A tutti i fedeli chiedo: state vicino (ancor più di come già fate) ai vostri preti che danno tante energie per la nostra Chiesa.
Gli organi di partecipazione
In ogni parrocchia è fondamentale la presenza e l’attività del Consiglio Pastorale Parrocchiale e al più presto, dove non c’è, la formazione del Consiglio Pastorale dell’unità pastorale. Non si tratta di organi formali, ma di spazi di corresponsabilità. Già in passato i miei predecessori hanno dato indicazioni sulle modalità di formazione dei Consigli. Non ha senso che un Consiglio Pastorale si riunisca due o tre volte l’anno o che abbia a tema solo l’organizzazione di eventi o le comunicazioni del parroco. Deve diventare sempre più uno spazio in cui si mette a tema la conoscenza della realtà concreta della parrocchia e si cercano insieme le forme per rendere missionario ogni gesto della comunità parrocchiale, cercando insieme come annunciare a tutti. Dove non ci fosse, o fosse lo stesso da molti anni, dispongo che si provveda entro ottobre 2026 a formarlo o rinnovarlo.
Le unità pastorali
Da 25 anni sono state istituite nella diocesi di San Miniato 21 Unità Pastorali, con una intuizione profetica, di cui oggi si capisce di più l’urgenza. Nel Consiglio Pastorale Diocesano ne stiamo parlando, e vediamo come, dove funzionano, siano reali spazi di collaborazione che favoriscono la crescita delle comunità, per una maggiore corresponsabilità dei laici, e che permettono dimensioni di vita comunitaria più adeguate. Ma forse ci sono da rivedere sia la conformazione di alcune di esse, sia una maggiore condivisione tra i sacerdoti e tra le comunità.
Invito tutti a non chiudersi in campanilismi che non hanno molto a che fare con l’unica Chiesa, e che non esprimono una mentalità che nasce dalla fede, ma solo tradizioni sociali superate. Come detto, la dimensione vicina, gomito a gomito, della Chiesa è fondamentale, ma sempre come espressione di una unità più grande, altrimenti rinchiude e non permette di crescere nella fede come orientamento e conversione della vita. All’interno dell’Unità Pastorale sarebbe opportuno arrivare a condividere aspetti come la formazione dei catechisti, le iniziative per i giovani e per i ragazzi, le iniziative di catechesi degli adulti e di preparazione ai sacramenti. Fare insieme fa crescere la comunione.
Le strutture materiali e i confini delle parrocchie
Sembra ormai non rimandabile una revisione delle parrocchie, visto che in molti casi, da molti anni, alcuni sacerdoti sono parroci di varie parrocchie. Si deve arrivare a una unione in ogni caso in cui si veda che la singola parrocchia non può farsi carico di ogni aspetto della vita ecclesiale. Questo non vuol dire che scompariranno le comunità, ma che varie comunità faranno parte di un unico ente parrocchiale, e la parrocchia sarà “comunità di comunità”, come da anni viene auspicato che sia.
A questo scopo c’è da fare un lavoro di riflessione nelle comunità parrocchiali, ascoltando tutti e anch’io mi prendo la responsabilità di non decidere se non insieme alle comunità interessate.
La gestione economica della parrocchia deve essere sempre più trasparente e documentata a tutti, cosa che aiuta nella corresponsabilità e forse serve anche a sfatare l’idea che la Chiesa sia ricca. Molte delle nostre parrocchie stanno soffrendo per la scarsità dei mezzi economici e la Diocesi stessa riesce a “sopravvivere” solo grazie all’apporto volontario dell’8×1000, che peraltro sta diminuendo sensibilmente.
La formazione in comunità
Solo nella comunità ci si forma: la formazione non è quindi in primo luogo una questione di lezioni o corsi, ma di esperienza vissuta insieme.
Nell’ascolto del Cammino Sinodale è stata sottolineata l’importanza delle piccole comunità, che si riuniscono per dialogare sulla vita alla luce della parola di Dio. Da più parti mi si è chiesto di riprendere una proposta annuale di approfondimento della Parola di Dio, che ogni comunità parrocchiale e aggregazione può poi sviluppare nella maniera che preferisce. Per l’anno pastorale 2026-2027, prenderemo quindi come riferimento il Vangelo di Marco. Si tratta del vangelo più antico, che ci riporta alla testimonianza diretta dei primi che conobbero Gesù e subito scrissero e ci può aiutare nel paragone tra ciò che viviamo oggi e ciò che scoprirono coloro che incontrarono Gesù.
A livello di catechesi dei bambini e dei ragazzi, dopo il decreto dello scorso anno sulla durata del cammino di catechesi, si deve dare un passo deciso per una proposta comunitaria, non più basata sulle modalità scolastiche e in cui siano coinvolti sempre più i genitori e la comunità intera.
L’Ufficio Catechistico sta facendo un lavoro importante per aiutare il collegamento tra tutti i catechisti e la loro formazione, ma in ogni parrocchia si deve evitare che i catechisti siano soli nel programmare gli incontri e nel realizzarli e si devono pensare modi concreti per coinvolgere le famiglie in ogni momento del percorso dei figli.
La formazione dei giovani
Mi sembra importante sottolineare la ricchezza di proposte che le nostre comunità parrocchiali, movimenti e associazioni (penso, per esempio, ai gruppi AGESCI e all’Azione Cattolica della nostra diocesi) mettono in piedi per i mesi estivi. Centri estivi, campi scuola, campeggi, vacanze e così via, sono da pensare sempre più come proposte educative in tutti i sensi, in primo luogo alla fede.
Il lavoro di preparazione con educatori e animatori è fondamentale. La Caritas diocesana e il Servizio della Pastorale Giovanile stanno proponendo insieme un itinerario che può essere utile per tutti, ma in ogni caso si abbia la coscienza che nell’esperienza estiva si può permettere a ragazzi e giovani una vera conoscenza della fede, vissuta prima che insegnata, che poi può (e dovrebbe) continuare durante tutto l’anno. Mi pongo a disposizione dei parroci e degli educatori per riflettere e dialogare insieme sulle modalità di questa preparazione.
Il servizio diocesano della Pastorale giovanile sta proponendo un itinerario molto interessante, e le comunità parrocchiali sono chiamate a valorizzarlo e ad avvalersene, non solo dando avviso degli appuntamenti, ma facendone momenti essenziali del cammino dei giovani delle parrocchie.
A volte (lo dico in questo caso, ma vale a tutti i livelli) sembra che le proposte diocesane siano sentite lontane dalla vita delle comunità parrocchiali, invece di essere viste come aiuto concreto. Non vorrei entrasse in noi la “mentalità del supermercato” per cui ci si lamenta se non ci sono proposte diocesane ma, quando ci sono vengono considerate come appuntamenti per altri, in base magari alla “scomodità” degli orari o delle date o dei luoghi. Meglio partecipare e, eventualmente, criticare che rimanere alla finestra, per poi – ripeto – lamentarsi magari che non ci sono proposte.
La pietà popolare
Le nostre comunità sono segnate profondamente dalla tradizione, con espressioni spesso commoventi di pietà popolare. Rimasi commosso nel 2024, durante la Processione delle Paniere a Santa Maria a Monte, quando appena iniziata la processione, cadde dal cielo uno scroscio fortissimo di pioggia: quando la Banda si zittì e cercò riparo, a capo di alcuni istanti, si ascoltarono le voci delle ragazze che portavano le Paniere sulla testa, che iniziarono a cantare l’inno della Beata Diana, mostrando quanto fosse radicata in loro la devozione, fonte di quel gesto.
Dobbiamo sostenere le nostre tradizioni, in quanto la devozione popolare può diventare, se curata nelle ragioni e nell’espressione, una grande fonte di trasmissione della fede.
Non lasciamo che i nostri straordinari presepi, le nostre processioni, i nostri santuari, si svuotino del loro significato di fede. Dobbiamo aver a cuore che si approfondisca la coscienza della loro origine e del loro valore per il presente. Ogni devoto vive nel cuore la sua amicizia con Gesù, con Maria, con il santo della sua devozione. Questo livello, non intellettuale, ma di esperienza concreta, è un aiuto fortissimo per vivere la fede, che deve essere sostenuto, per esprimersi poi in tutti gli aspetti della vita. Quindi valorizziamo le feste, le processioni, i riti che uniscono le nostre comunità, dando loro sempre più un’anima e così saranno grandi occasioni di crescita nella fede.
I ministeri
Nelle nostre comunità non abbiamo ancora deciso di iniziare la formazione per i ministeri di lettore, accolito e catechista.
Entro luglio prossimo invito i parroci a segnalarmi, in modo discreto, se hanno in parrocchia persone che ritengono potrebbero assumere questi ministeri al servizio della comunità. Penso però che non si debba istituzionalizzare ogni servizio e che il ministero più grande a cui ogni battezzato è chiamato, e a cui le nostre comunità devono formare, è l’animazione cristiana della vita sociale, che non si riduce alla testimonianza personale di rettitudine e di onestà, ma diventa efficace se è vissuta insieme, quando si è insieme presenza e proposta nella società. In questo senso le associazioni di categoria (Medici cattolici, imprenditori cattolici, maestri cattolici, insegnanti di religione ecc.) sono da valorizzare e sono chiamate a esprimere gesti di presenza nei loro ambienti di vita e di lavoro.
La dimensione caritativa
Nell’assemblea dei Vescovi è emersa un a riflessione molto importante: che il punto in cui la Chiesa in Italia costituisce una presenza più estesa e riconosciuta è nell’azione caritativa. Anche nella nostra diocesi la Caritas, sia a livello diocesano che parrocchiale, e altre associazioni ecclesiali vincolate ad essa e alle parrocchie, ai movimenti e associazioni realizzano una presenza capillare di assistenza e sostegno a chi si trova in difficoltà umana, economica, sociale. La riflessione dei Vescovi mette in luce quanto sia importante che questa presenza sia portatrice del Vangelo, e non si riduca mai a assistenzialismo o a mero supporto pratico di politiche sociali. Siamo chiamati a dar testimonianza della vera Carità che è amore alla persona umana intera, la quale ha tanti bisogni ma il cui bisogno più grande è scoprire, attraverso il nostro amore concreto di essere amata da Dio in modo infinito. Anche in questo caso è importante che ogni comunità, a livello diocesano o parrocchiale, ogni associazione o cooperativa, faccia di tutto per non ridurre la portata del messaggio di fede e speranza che siamo chiamati a portare attraverso l’azione caritativa.
Le nostre Fondazioni
Voglio dedicare un paragrafo a una realtà stupenda della nostra diocesi che sono alcune Fondazioni: La Fondazione Stella Maris, per la cura e la ricerca nell’ambito della neurologia, psichiatria e psicologia pediatrica, La Fondazione Madonna del Soccorso con le sue case di riposo per anziani e le sue scuole, la neonata Fondazione San Zio, dedicata ai bambini disabili, le altre Fondazioni che gestiscono RSA parrocchiali. Hanno dimensioni diverse ma in tutte è fondamentale curare e accompagnare la testimonianza cristiana che sono chiamate a dare, in un modo più umano di guardare ai pazienti e agli ospiti, che non si può dare per scontato, ma che deve essere sempre riacceso.
Per questo ho deciso di dare vita a una Consulta Diocesana delle Fondazioni, che credo possa aiutare a mantenere vivi quest’origine e questo sguardo. Ad essa potranno partecipare anche altre Fondazioni, che pur non avendo un vincolo statutario con la Diocesi, si riconoscono nell’origine e nella visione cristiana, per collaborare ancora più concretamente.
La riforma della Curia
Dallo scorso anno si è iniziato un processo per rivedere la costituzione degli uffici diocesani. Per ragioni che tutti sanno ci siamo fermati per qualche mese, ma diventa sempre più evidente che anche le strutture diocesane sono chiamate a una maggiore corresponsabilità e a una conduzione comunitaria più evidente. Spero nel mese di luglio promulgare un decreto con la riforma degli uffici e dei servizi, che renda concreto il lavoro svolto e dia inizio a una maggiore corresponsabilità. Sono disponibile ad ascoltare i suggerimenti che ognuno voglia darmi.
Conclusione
In conclusione, torno all’inizio. Esistiamo come Chiesa per rendere possibile che le persone, che incontriamo ogni giorno, possano con noi fare esperienza dell’amore infinito di Dio e della bellezza del vivere in comunità. La Chiesa, pezzetto di mondo irrorato dallo Spirito, per ridare speranza a tutti, siamo proprio noi, ognuno di noi, nell’appartenenza comune vissuta alla Chiesa stessa. L’ultimo appello è quindi a cercare la comunione: la comunione tra i preti, tra preti e vescovo, la comunione nelle comunità religiose, tra preti e laici, tra associazioni e gruppi, nelle comunità parrocchiali, tra giovani e adulti, bambini e anziani. Esistiamo per questo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13, 35). Sappiamo di non vivere così, ma ogni giorno dobbiamo essere in tensione per questo, pregare per questo, dare noi stessi per questo. Affido il nostro cammino alla preghiera delle nostre claustrali dei tre Monasteri della Diocesi, alla preghiera dei malati e degli anziani, alla preghiera e all’energia degli adulti e dei giovani. Pregate anche per me. Prego ogni giorno per ognuno di voi e vi benedico.
+ Giovanni Paccosi
Vescovo di San Miniato
