Riflessioni

La masnada di Arlecchino

di don Francesco Ricciarelli

La maschera di Arlecchino non è un oggetto allegro. Il cuoio scuro ricorda un volto bruciacchiato, la fronte è aggrottata, le fessure per gli occhi non lasciano intravedere lo sguardo… Non si direbbe la maschera del servo sciocco e ridanciano a cui siamo abituati, ma sembra piuttosto un essere dell’altro mondo che, per ragioni misteriose, ha accettato di fare il buffone. Sulle origini di Arlecchino sono stati versati fiumi d’inchiostro. Una delle ipotesi più accreditate fa discendere il suo nome da Hellequin o Herlequin, il capo della masnada infernale, che nel medioevo normanno e francese imperversava durante la notte di Capodanno. La prima testimonianza scritta di questa leggenda è quella di Orderico Vitale (1075-1142), che nella sua Historia ecclesiastica racconta la disavventura di un giovane prete normanno, Gauchelin, che tornando di notte da una visita a un malato, si imbatte in una torma di diavoli e spettri, a cavallo di destrieri che sputano fuoco e fiamme dalle narici. Orderico chiama questa masnada familia Herlechini, la famiglia di Herlequin.

Questa prima attestazione letteraria ci consegna quindi un Arlecchino di natura infernale, addirittura un capo dei diavoli. Adam de la Halle (1237-1288), compositore e poeta francese, evoca Arlecchino in una rappresentazione teatrale di Calendimaggio, il Jeu de la feuillée (Gioco della pergola), presentandolo come il re di un’orda di demoni, innamorato della regina delle fate. L’incontro tra questi due personaggi del mondo infero avrebbe assicurato l’abbondanza dei raccolti e la prosperità della terra. L’apparizione della masnada di Arlecchino è quindi solitamente collegata all’inizio di cicli stagionali o annuali. Sullo sfondo ci sono riti folclorici, mascherate che caratterizzavano specifiche notti dell’anno, di cui si ha notizia fino al tardo medioevo. Arlecchino, in area normanna, divenne anche uno spauracchio con cui i bambini si spaventavano a vicenda: «Arlequin sur nos talons!» («Arlecchino ci rincorre!)».

In Italia Arlecchino non sembra aver rivestito caratteristiche di supremazia o di particolare rilevanza. Dante Alighieri, nell’Inferno (canti XXI e XII), lo chiama Alichino e lo presenta come un diavolo comico, che si lascia ingannare da un dannato e si azzuffa con Calcabrina. Si tratta di un’attestazione isolata. Arlecchino ricomparirà in Italia solo in epoca moderna grazie agli attori itineranti, attivi anche in Francia, dove pare che il mitico Zan Ganassa abbia adottato la tradizionale maschera del diavolo buffone, fondendola con quella dell’uomo selvatico. Nel suo ingresso tra i personaggi della Commedia dell’Arte, Arlecchino assunse il ruolo del secondo servo, perennemente affamato, sciocco e furbo al tempo stesso, mantenendo i tratti comici del diavolo buffone insieme alla faccia annerita dalle fiamme dell’inferno e al manganello di legno, forse retaggio della spada con cui guidava l’antica masnada. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, anche l’Italia da qualche anno è tornata a travestirsi, importando dagli Usa la mascherata macabra di Halloween. Si ride di ciò che ci spaventa e si spera che la risata ci basti.

Il Cristianesimo nei secoli non ha spento la masnada di Arlecchino, ma non l’ha lasciata neppure ridere da sola. Alla fine del X secolo Odilone di Cluny dispose che il 2 novembre si pregasse per tutti i defunti. Questa commemorazione è accostata significativamente alla solennità di Tutti i Santi, nella cui Messa si legge il passo dell’Apocalisse in cui appare una moltitudine immensa, che nessuno può contare, che ha lavato le sue vesti e le ha rese candide nel Sangue dell’Agnello. Da una parte l’abito di Arlecchino, con mille toppe cucite per nascondere i buchi, dall’altra la veste dei Santi, che è integra, bianca, e rivela la nostra vera identità. Ridere della morte, in fondo, è un’arte antica, ma non dà risposta alle nostre angosce. Solo i Santi, che non portano maschera, manifestano il vero superamento della morte.