Riflessioni

La dignità umana non ha misura: promuovere la cultura della vita

+ Giovanni Paccosi, Vescovo di San Miniato

Pubblichiamo una riflessione del vescovo Giovanni sul suicidio assistito, apparsa l’8 ottobre scorso sul quotidiano online «In Terris». Partendo dall’esperienza vissuta accanto a un amico sacerdote malato di Sla, dal caso della signora «Libera» nella nostra diocesi e dalle parole di papa Leone a Lourdes, monsignor Paccosi chiede alle nostre comunità una cultura della vita fatta di cura e vicinanza, anziché leggi che trasformino la morte in un diritto.

Vorrei offrire delle riflessioni su un tema che, come cittadino italiano e come Vescovo, mi interroga molto: il suicidio assistito. È una questione che mi interpella da molto tempo, avendo avuto accanto a me un caro amico sacerdote, un fratello, il quale, colpito dalla SLA, ha dovuto affrontare in prima persona (ed io con lui) l’interrogativo su cosa rende degna la vita e su cosa vuol dire prepararsi alla fine, in una situazione ogni giorno più difficile e senza prospettiva di guarigione. Mi diceva la sua frustrazione quando, appena attestata la malattia, dottori e funzionari gli chiedevano un’unica cosa: «Come vuole morire?» E mi diceva: «Mi stupisce che subito si parla della fine e non di come arrivarci in modo più umano possibile!».

In questa dolorosa vicenda che mi ha segnato in tanti aspetti (per esempio ho scoperto l’indifferenza pratica che si ha verso chi è disabile), ho iniziato comprendere un’altra cosa drammatica: che oggi le tecniche possono prolungare la vita anche quando il corpo non è più in grado di resistere, in una durata artificiale, che costringe poi qualcuno a prendersi la responsabilità di “staccare la spina” a un altro.  Ho capito, cioè, cos’è l’accanimento terapeutico: sostituirsi alla natura facendosi padroni della vita e della morte. Ci troviamo quasi a dover decidere drammaticamente se una vita è degna o no di essere vissuta. È anche per questo, credo, che piano piano si è introdotta l’idea che la vita sia un bene a disposizione nostra e che in certe circostanze sia addirittura sia più “degno” togliersela, appunto, come se ne fossimo padroni. Anzi questo sembra ad alcuni (molti?) il segno più grande della libertà umana. È il sogno di farsi padroni di una vita che però, in realtà, ci è donata.

Questa logica, diventata così comune, non rende giustizia alla vera dignità di ogni persona umana, anche se è facile non accorgersene. Papa Leone, a Lourdes, parlando ai malati e a chi si dedica ad assisterli, ha usato parole di una chiarezza drammatica e luminosa: «La persona umana è ‘degna’ per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute. So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita. Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale».

Nella mia diocesi qualche mese fa è accaduta la vicenda di “Libera”, la donna sofferente che ha deciso di togliersi la vita – primo caso in Toscana – ed è stata assistita e sostenuta fino in fondo da un’associazione, che l’ha supportata nelle pratiche da compiere, e da tutto un movimento che continua anche adesso, con convegni e dibattiti, a proclamarne la grandezza e l’esemplarità, come pioniera di una libertà da promuovere. Anche tanti cattolici, che – ovviamente – aborriscono il suicidio, si sentono confusi, al pensiero che non accettare il suicidio assistito sia lo stesso che “obbligare” qualcuno a soffrire. È una questione di concezione della vita. Hanno scritto due medici anestesisti, Andrea Coppadoro e Margherita Scanziani, promotori con centinaia di medici di una raccolta di firme: «Se il suicidio assistito diventa un diritto, si introduce il concetto che la vita è un bene disponibile, di cui si può fare ciò che si vuole, dimenticandosi l’elementare evidenza che invece la vita non ce la siamo dati noi. Questo ha ricadute sul malato, su chi gli sta vicino e sulla società. Se infatti la vita vale solo se stiamo bene e per quello che siamo in grado di fare, a farne le spese sono i più deboli, come già accade negli altri paesi dove queste leggi sono in vigore da anni: anziani, minorenni, malati psichiatrici. Non è una scelta libera quella di chi, fragile e dipendente da altri, viene indotto a credere di essere un peso per i propri cari e la società. Chi è più in difficoltà va invece difeso per la dignità che ha in quanto essere umano».

Per questo ritengo che ciò che ha detto il Papa a Lourdes debba far riflettere anche tanti cattolici (e vescovi) che ormai danno per scontato che si debba “fare una legge” – e la promuovono – e debba far riflettere anche i medici disponibili a assistere chi vuole suicidarsi. La morte non può ritenersi un diritto. La cura, la vicinanza, l’accettazione del limite, uscendo dalla «cultura della potenza» (come scrive Papa Leone in alcuni passaggi illuminanti della “Magnifica humanitas”) impegnano più che una legge. Una legge ingiusta, in quanto inumana, non possiamo promuoverla. Tocca a noi, come comunità cristiana, in dialogo con tutti, praticare – prima di tutto – e indicare, promuovere la cultura della vita, che è speranza per ogni persona e per la nostra società, senza protervia, senza voler imporre, ma anche senza ambiguità.

Essere lievito vuol dire anche questa mite, ma rivoluzionaria, rivendicazione della dignità di ogni persona, dal primo istante del concepimento all’ultimo soffio di vita, per la quale vogliamo dare tutto, guardando a Gesù Cristo: grazie a Lui abbiamo scoperto la persona (l’altro e me stesso) come soggetto di un valore infinito, irriducibile, intangibile.