Commento liturgico-musicale

Inizio del Ministero Episcopale del Vescovo Andrea Migliavacca

di Luca Sollazzi

“Io sono la porta , dice il Signore

chi entra per me, sarà salvo;

entrerà e uscirà e troverà pascolo”

 

Con questa antifona inizia, anche per San Miniato, il Giubileo della Misericordia. Il nuovo Vescovo Andrea entra dalla porta elevando nelle sue mani il Vangelo, l’annuncio di salvezza e di misericordia del Signore al Suo popolo.

La processione con i confratelli nell’episcopato e i presbiteri prosegue sulle note di Botor: “Misericordias Domini”. L’amore di Dio, carità paterna dal cuore di madre è l’oggetto del canto che il coro intona con l’assemblea, un modo per elevare un “magnificat” dalle parole diverse da quelle di Maria, ma che richiamano ugualmente la potenza e allo stesso tempo la fedeltà del Signore verso ogni credente, verso chi, in umiltà, sa che Egli è fedele a se stesso e non tradisce la sua bontà senza fine.

Terminato il lungo ingresso, viene letta la bolla di nomina, sempre molto emozionante; subito dopo il cardinale metropolita annuncia l’insediamento vero e proprio del nuovo pastore della chiesa sanminiatese, passando nelle sue mani il pastorale e cedendo il posto sulla cattedra. Il saluto e l’omaggio da parte del presbiterio diocesano e dei rappresentanti delle varie istituzioni e movimenti è un momento commovente che può, forse, avere un sapore di antica reverenzialità, ma si rivela suggestivo e bello se guardato dal punto giusto. I sacerdoti offrono la loro collaborazione e la loro obbedienza al loro pastore che accoglie tutto con sorriso affettuoso e riconoscente.

Viene cantata l’antifona introitale della Messa. “Rorate caeli” intonerebbe il repertorio gregoriano, ma una scelta motivata da ragioni di opportunità, comprensione e partecipazione viva dei fedeli convenuti, portano sulla scelta dell’antifona in lingua italiana:

“stillate o cieli dall’alto la vostra rugiada,

e le nubi piovano il giusto

si apra la terra e germogli il Salvatore”.

Sulla scorta di Isaia, lo sguardo del credente si apre alla luce della stella che si accenderà in cielo nella notte di Natale. L’Avvento e l’attesa trepidante, ormai, lasciano spazio alla letizia crescente che prepara la venuta, la discesa in terra del Salvatore. La melodia accattivante e fluida del ritornello si alterna  ad una struttura strofica che si regge sulle parole del salmo 18 (19): i cieli narranno e annunciano la gloria di Dio ai semplici, agli ultimi, a quel popolo di periferia incarnato nei pastori, chiamato a vedere per primo, senza filtri, la salvezza di Israele.

“Asperges me” è il canto della liturgia penitenziale in un gregoriano struggente ed elegante al tempo stesso. Le note del canto si muovono in verticale, come la supplica verso l’alto di chi chiede il perdono delle proprie colpe e la Grazia di Dio che discende e lava via ogni macchia, in modo che l’assemblea dei credenti sia purificata da ogni peccato e possa accedere degnamente all’Eucaristia.

La celebrazione prosegue immergendosi nella Liturgia della Parola. Le letture vertono in maniera stretta sul tema dell’Incarnazione, manifesto della quale, lo si vede bene nel Salmo 79, è il Volto di Cristo, quel volto d’uomo perfettamente somigliante a Dio, nella luce del quale ogni essere è chiamato a uniformarsi e fondersi. Anche nel ritornello del salmo responsoriale l’andamento melodico segue linee verticali. L’uomo orante guarda in alto invocando lo splendore del volto di Cristo, e le note lo seguono, per poi discendere a descrivere la pace che si propaga nella consapevolezza di quella salvezza che è conseguenza immediata del venire accolti in tale luce.

Il brano del Vangelo secondo Luca che narra della visita ad Elisabetta viene salutato dall’acclamazione. Il versetto alleluiatico riporta le parole con cui Maria risponde al messaggio di grazia recatole dall’angelo Gabriele. L’ “eccomi” di colei che si fa ancella del Signore è il “sì” di ogni credente a rendersi disponibile a cooperare al progetto di Dio. Lo stesso “sì” di un Vescovo che accetta la propria nomina a successore degli apostoli, si illumina e si affida alla risposta della Madonna, grazie alla quale Cristo ha potuto farsi vittima pasquale, Eucaristia per l’eternità. Le parole di umiltà dell’unica madre dei viventi si esprimono nella polifonia che diventa voce unica della Diocesi di San Miniato, all’ inizio del suo nuovo cammino pastorale e giubilare.

La processione offertoriale si snoda, dopo l’omelia e il gregoriano del Credo III, sulle note corali di “Tu quando verrai”. I cori riuniti dalle varie zone della Diocesi si alternano alla schola, che esegue le strofe pari con una polifonia densa di cromatismi. Le note trasmettono un’attesa appassionata che si orienta verso la venuta di Cristo – che il tempo liturgico annuncia ormai prossima – allo stesso modo in cui si guarda ad una gioia futura ma certa, quindi inevitabilmente intrisa di bellezza palpitante. Il canto che accompagna le offerte al cospetto del celebrante si fa così battito cardiaco, irrorato di tensione positiva e sincera verso la fonte e il culmine della vita cristiana: il Sacrificio Eucaristico, cuore e ragione prima e ultima dell’Incarnazione. Terminata l’Elevazione, l’assemblea acclama al “mysterium fidei” in un’unica voce, sulle note di composizione e tradizione diocesana sulle quali si annuncia la morte e si proclama la resurrezione di Cristo. Poche semplici note, forse essenziali a livello artistico, sono cantate da una cattedrale intera. In un programma musicale denso di bellezza ed equilibrata ricercatezza, un’apertura totale alla semplicità per un momento liturgico così importante è significativa. Nel fons et culmen in cui la cristianità intera trova il suo senso di unità, la voce della Diocesi si fa nuovamente una nel riconoscere il significato più profondo dell’Eucaristia e nel riconoscersi in Essa anche attraverso l’utilizzo di note familiari: il linguaggio di casa porta sempre con sé essenzialità, ma anche una possibilità espressiva di largo raggio, capace di coinvolgere tutti i componenti della famiglia, per vicini o lontani che siano. La semplicità stessa, inoltre, è ottimo veicolo per poter apprezzare meglio anche quei momenti musicali dove il canto si fa qualitativamente più alto per elevare al cielo la propria bellezza, così come le cattedrali gotiche si sviluppano dalle architetture romaniche, estremamente eleganti ma essenziali.

Maria torna ad essere “protagonista” nell’antifona di Comunione. La maternità stessa della Madonna è serva della redenzione operata dal sacrificio di Cristo. Il salmo 147, su cui si struttura il canto che ripete tale antifona come ritornello, è lo stesso che – nella Domenica delle Palme – si intona, solitamente con salmodia gregoriana, nel momento in cui l’assemblea con il celebrante entra in chiesa per la lettura del brano evangelico della Passione, dopo aver evocato l’ingresso di Gesù in Gerusalemme portando in processione i rami d’ulivo. La Liturgia insegna che il Natale trova senso soltanto nella Pasqua. L’arte iconografica orientale ci viene in aiuto in questo senso: Gesù Bambino giace in una mangiatoia che, ad uno sguardo più attento che va oltre i significati immediatamente riscontrabili, si presenta come un piccolo sepolcro, nel quale però splendono già di bagliori di Resurrezione.

Durante la Comunione, un altro canto, “Il cielo narra la tua gloria”, si snoda sulla storia di salvezza che connette Antico e Nuovo Testamento. Il creato narra la gloria di Dio, la stessa che riveste il Verbo e della quale la stessa Parola di Verità si spoglia scendendo sulla terra come umile bambino, facendosi carne e divenendo, nel suo sacrificio, cibo di vita eterna per l’umanità intera.

Il canto di ringraziamento, poi torna al gregoriano con l’ “Alma redemptoris mater”. Maria è la porta del Cielo, colei in grado di soccorrere il popolo peccatore che anela a risorgere. Lei, oggetto e parte pienamente attiva come creatura di un progetto immenso: nella sua maternità, si eleva oltre la natura stessa, generando il suo creatore. Tutto si ferma; la Creazione interrompe il proprio corso naturale per ammirare l’evento assoluto di salvezza che inizia nel semplice “sì” di una giovane ed eternamente vergine, che offre il suo seno perché vi si accenda la vita di Cristo, perché vi si accenda la vita della Chiesa.

La Messa si conclude con la benedizione solenne. I celebranti si congedano dal presbiterio sul canto del “Christus vincit”, invocazione benedizione, pace e salvezza eterna per tutto il corpo ecclesiale di Cristo vincitore: il papa, il Vescovo, il clero e i fedeli ad essi affidati. Infine, le parole dell’ultima strofa di questo inno a Cristo vincitore: “vengano tempi propizi, la Pace e il Regno di Cristo”; un augurio al nuovo Vescovo e al popolo di Dio per una vita sempre piena nel nome di Colui che era, che è e che viene.