Poche persone nella storia parlano al cuore di tutti come san Francesco. Eppure san Francesco non è stato un potente. Vi ricorderete l’episodio dei Fioretti in cui il suo amico Masseo – Francesco era già conosciuto in tutta Europa e migliaia di giovani lo seguivano – mentre camminavano per strada diceva fra sé: «Ma perché a lui, perché a lui, ma perché a lui?» E Francesco gli chiede: «Masseo, cosa stai dicendo?» E Masseo gli risponde: «Mi sto chiedendo perché tutto il mondo viene dietro a te che sei basso, sei brutto e non sai parlare». E Francesco – riporta il racconto – si sentì riempire di gioia sentendosi dire così; e rispose: «Perché Dio ha guardato in terra e non ha trovato uno peggiore di me, e allora ha scelto me, per far capire a tutti che quello che accade in me non è opera mia, ma è opera Sua».
Che sarà successo nel suo cuore di giovane, che aveva il desiderio di essere grande, che voleva essere un cavaliere, voleva andare alla crociata, e che certamente aveva un gran carisma? A un certo punto capì che l’unica strada che poteva rendere davvero piena la sua vita, erano proprio le parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo, con il suo invito a lasciare tutto il resto per seguire Gesù.
Oggi, quando sembra che la mentalità che domina sia quella del potere, della violenza, del denaro – tutte cose che sono all’opposto della vita di Francesco – Francesco continua ad attrarre tutti. Perché? Credo che sia perché vedendo lui, è evidente che la vera grandezza sta nel farsi «minori», ultimi, piccoli, nel donare se stessi. Quello che ci manca è il coraggio di fare come lui, di buttarsi a seguire Gesù. Non è che questo non sia più accaduto: nella storia, grazie a Dio, di Francesco ce ne sono tanti, fino al presente, fino a oggi, ed è la speranza del mondo. La vera speranza del mondo non sono i potenti, né l’illusione, così forte, che la tecnologia ci salverà. Tutto diventa buono quando è preso in mano da persone come Francesco. E tutto diventa invece pericoloso quando ci si dimentica di essere un niente, amato da Dio, come lui riconosceva.
Un altro episodio che a me colpisce della sua vita non è tanto famoso: un giorno che camminava con i suoi compagni per strada, san Francesco vide un lombrico. Si fermò e si mise in ginocchio davanti a questo lombrico e iniziò a piangere. E gli altri frati, stupiti, gli chiesero: «Ma cosa fai?» E lui: «Gli chiedo perdono, perché lui fa quello per cui Dio l’ha creato e io invece no, sono un peccatore». Ecco, questa è la coscienza che aveva Francesco della natura, del creato, delle forze che diventano tutte fratello e sorella, se sono vissute come le vedeva lui, ossia uscite dalla bontà di Dio. Vedeva ogni creatura mentre viene fuori da quest’amore infinito che ci dona tutto, perché vuole il bene nostro e con noi di tutta la realtà.
C’è un libro, uno dei più originali scritti su san Francesco, di Gilbert Keith Chesterton, quest’autore inglese convertito al cattolicesimo che ha scritto libri straordinari, pieni di umorismo, ma anche di profondità. Chesterton dedica una biografia a san Francesco, in cui a un certo punto c’è un passaggio, che a me ha colpito tantissimo quando l’ho letto, che dice: san Francesco era un giullare, «il giullare di Dio» come si definiva lui stesso. Era come un saltimbanco. Il saltimbanco, dice Chesterton, spesso si mette a camminare sulle mani e vede il mondo a testa in giù. Ecco, san Francesco vedeva il mondo a testa in giù, cioè lo vedeva com’è davvero. A noi sembra che tutta la realtà sia così solida e noi ci camminiamo sopra, ma il saltimbanco che vede il mondo alla rovescia, capisce invece che tutto ciò che ci sembra così solido, è appeso alla grazia infinita di Dio.
Francesco vedeva così la realtà, appesa alla grazia infinita di Dio e perciò era capace di coglierne il valore e il grandissimo disegno, non un valore in sé, ma un valore come dono. Quando riceviamo un regalo, il valore vero del regalo non è ciò che ci viene donato, ma l’amore di cui è segno. Se noi impariamo da Francesco questo segreto, allora anche noi possiamo edificare nel nostro piccolo quotidiano il bene per questa società in cui siamo chiamati a vivere; il bene per questo Paese che amiamo, per la nostra città, San Miniato, il cui nome è stato custodito dai discepoli di Francesco fino al presente.
Non ci dimentichiamo che la gente lo chiamava «Alter Christus», cioè vedendo lui, si capiva che era tutto di Cristo, ma in questo davvero è diventato colui che ha riedificato la Chiesa nel suo tempo, un tempo difficile, come è difficile il nostro; ma un tempo anche straordinario, come è straordinario il nostro. Se noi diciamo il nostro sì, può succedere quello che è successo con lui.
Da Francesco è nata una nuova lingua: il primo testo che si studia a scuola è “Il Cantico delle creature”; è nata una nuova architettura, come vediamo qui; è nata una nuova arte: il realismo di Giotto; è nata una storia nuova che non ha bisogno di gente straordinaria, ma di gente che vive in modo straordinario la sua umile adesione a Colui che ci dà tutto, perché ama ogni persona. Che il Signore ci conceda di fare questa esperienza.
È così bello – lo dico anche per voi della comunità di Nuovo Orizzonti – scoprire di essere voluti bene e che il nostro posto nel mondo nasce dal “sì” che diciamo, dall’offrire noi stessi.
Allora la vita diventa grande, grande com’è grande un dono, un dono infinito che vogliamo condividere con tutti.
+ Giovanni Paccosi

