«La scarpina di raso» di Paul Claudel è forse l’ultima grande opera della modernità a leggere il mondo intero come Rivelazione di Dio e l’eros «eroico» come un impulso da sublimare nella carità cristiana. Composta tra il 1919 e il 1924, questa smisurata pièce teatrale – la cui rappresentazione integrale richiederebbe dalle nove alle undici ore, con decine di personaggi e l’azione che si sposta attraverso quattro continenti – ha conosciuto pochissime messe in scena, e non soltanto per ragioni pratiche. A frapporsi sono stati soprattutto ostacoli di ordine ideologico: il suo impianto simbolico e spirituale risultava già, nella prima metà del XX secolo, difficilmente assimilabile. Ambientata tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, la vicenda dell’amore assoluto e incompiuto tra il cavaliere Rodrigo e Donna Prodezza si presenta come il rovesciamento radicale dell’esaltazione post-cristiana dell’eros.
Il titolo deriva dal gesto compiuto dalla protagonista che, durante un primo tentativo fallito di raggiungere l’amato, si sfila dal piede una scarpina di raso e la affida alla Madonna: «Vergine Madre, tieni il mio infelice piccolo piede nella tua mano. Se corro verso il peccato, fa’ che sia con un piede zoppicante». In questo modo consegna la propria libertà a un cammino che la condurrà in direzione opposta a quella desiderata. Come può diventare “via” ciò che appare un vicolo cieco? Come possono il desiderio frustrato, l’amore impossibile, lo stesso fallimento trasformarsi in un cammino verso Dio?
«Io sono la via», dice Gesù nel quarto Vangelo (Gv 14,6): l’unica via possibile. Claudel non lo nega, ma aggiunge una verità scomoda: la via di Cristo non è necessariamente la più breve, né la più indolore. Al contrario, passa attraverso ciò che, a uno sguardo immediato, sembra sbarrare il passo.
Rimasta vedova, Prodezza accetta contro il proprio sentimento le seconde nozze con un governatore libertino, in Africa, mentre Rodrigo si trova nelle Indie orientali. In un momento di disperazione, la donna scrive all’amato una lettera che vagherà sugli oceani per dieci anni. Quando Rodrigo infine la riceve e rinuncia a tutto per correre a salvarla, Prodezza gli va incontro soltanto per affidargli la figlia e, subito dopo, accetta la morte e diventa la stella che da allora in poi lo guiderà nel suo cammino. Un’esperienza – come ha notato von Balthasar – che rivela una misteriosa vicinanza con quella di Dante. Rodrigo, sul finire del dramma, è un vecchio mutilato, ridotto in schiavitù, riscattato per pochi soldi da una suora carmelitana. Diventa servitore del convento, eppure è libero. È arrivato, infine, dove doveva arrivare.
Il termine francese détour- la deviazione, il giro largo – è la chiave strutturale di tutta l’opera. Claudel ne fa una categoria teologica: Dio non cammina in linea retta. Non per capriccio ma perché la nostra libertà ha bisogno di spazio, di errore, persino del fallimento, per diventare autenticamente libera. Il desiderio non viene annientato ma attraversato dalla grazia e trasfigurato. Prodezza lo intuisce prima di Rodrigo: sa che il suo amore per lui è reale, e tuttavia sa che, se si compisse nella carne, si chiuderebbe in se stesso. Così lo trasforma in qualcosa di più grande: lei è per lui, scrive Claudel, come un’esca che lo trascina fuori da sé, verso l’Infinito. Prodezza conduce Rodrigo non a sé, ma, attraverso di sé, a Dio.
Il momento teologicamente più denso dell’opera è forse quello in cui le ombre di Rodrigo e Prodezza si incontrano sui bastioni di una fortezza africana. Come nella comunione dei santi, le anime si raggiungono al di là dello spazio e del tempo perché sono radicate in Colui che è «la via, la verità e la vita», non un concetto astratto, ma la pienezza che tutto sostiene.
La via non coincide quasi mai con l’itinerario che avevamo programmato ma con una traiettoria che possiamo riconoscere volgendoci indietro, come un camminatore che, giunto alla vetta, si volta a guardare il sentiero. Un percorso non privo di ostacoli e di burroni, ma lungo il quale Qualcuno ci ha accompagnato, su crinali che aveva già percorso prima di noi.
