Il Vangelo di oggi ci aiuta a considerare ancora più profondamente il dono e la testimonianza che è stata la vita di Don Divo Barsotti. Ciò che infatti Gesù chiede non è la falsa libertà di chi si infischia della legge, cioè dell’oggettività del bene, che arriva fino agli ultimi dettagli della vita, ma di arrivarne alla fonte, cioè all’amore indiviso verso Dio Padre, che abbraccia dentro di sé tutto ciò che Dio ha creato, ricevuto come dono e segno del suo amore e della sua tenerezza verso di noi.
In questi giorni si parla molto del sacerdozio, mettendo in discussione la sua vigenza e possibilità nel tempo presente, e stasera vorrei sottolineare la testimonianza di don Divo come prete.
Ho fatto esperienza, con tanti altri, della sconvolgente profondità con cui egli celebrando l’eucarestia, offriva al Signore non solo il pane e il vino, perché lo Spirito li facesse carne e sangue della Sua presenza tra noi, ma se stesso, e tutta la realtà, perché fosse trasfigurata e resa sacramento, segno pieno dell’infinita carità divina.
Come ho ricordato, altre volte sono rimaste per me indimenticabili le lezioni di spiritualità liturgica che egli ci impartì nel primo anno del mio seminario. Ricordo le sue parole, i suoi gesti, con cui voleva farci capire che sull’altare il sacerdote prende tutta la realtà fatta delle montagne, dei fiumi, delle piante, degli animali e, soprattutto, dell’umanità con tutti i suoi peccati e permette a Cristo di rompere la distanza di tempo e di spazio che ci separano dalla Sua offerta suprema sul Calvario, per prendere tutto e offrirlo al Padre, in una redenzione che diventa attuale, proprio nel momento in cui è celebrata l’eucarestia.
Posso dire che, da allora, ogni volta che celebro l’Eucarestia, in qualche modo sento questa responsabilità e cresce la mia coscienza di essere un servo indegno di un miracolo che solo Cristo nella sua infinita carità può realizzare. Ma ciò che don Divo ci insegnava è che ogni atto di un cristiano è sacerdotale, cioè è fatto per redimere la realtà e lasciare che la novità di Cristo invada tutte le cose, rendendole belle e vere come Dio le ha volute e come, invece, nella costante lotta del nulla e del demonio contro la verità, vengono sciupate, sporcate, rese ambigue.
A noi cristiani, per il sacerdozio battesimale è consegnato questo grande compito di rendere tutto splendore della gloria di Cristo. Don Divo diceva per esempio nel 1982 parlando non ai preti ma ai laici: «È questo il vostro sacerdozio: trasformare tutta la vostra vita in un atto di offerta, offerta a Dio prima di tutto, perché il sacrificio non può avere altro termine che Dio, anche se non è il solo termine. Il sacrificio del Cristo ha avuto infatti anche un secondo termine e cioè la salvezza del mondo. Così la vostra vita non può essere soltanto atto di sacrificio a Dio di lode, di adorazione, ma deve essere anche atto di propiziazione, di intercessione, di aiuto, di amore per i fratelli, per il lavoro, per la città, per la società, per i campi».
Se dunque tutta la vita di un cristiano è sacerdotale, che grandezza il compito dei preti, anche nel celibato, attraverso il quale sono chiamati a dare testimonianza dell’unicità dell’amore per Dio. Esso diventa – se vissuto intensamente – desiderio di riflettere questo amore senza limiti nel servizio pastorale, mettendo tutta la vita al servizio degli altri, perché possa formarsi continuamente la Chiesa, luogo dove la vita umana rinasce.
Per questo la dimensione mistica della vita di Don Barsotti, non è mai stata un allontanarsi dal mondo e dai problemi reali delle persone e della società, ma affermazione della primazia di Dio, di quell’amore ricevuto e ricambiato, radice da cui può fiorire un mondo nuovo.
Che il Signore permetta a noi preti e a tutti i cristiani per il loro sacerdozio battesimale, di essere nel mondo questo ponte tra la piccolezza così fragile e peccatrice dell’uomo e l’infinita misericordia che ci salva, di cui don Divo è infaticabile testimone e costruttore.
+ Giovanni Paccosi
