Omelia per l’Inizio Anno Pastorale e Mandato

San Miniato, Cattedrale ore 16
11-10-2026

(Letture: Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)

Siamo qui, oggi, per iniziare insieme questo anno pastorale, in cui in ogni comunità della nostra diocesi speriamo e chiediamo di crescere nell’esperienza comunitaria e nella testimonianza al mondo di Cristo, nostra speranza e nostra ideale.

La liturgia di oggi ci fa comprendere che la premessa di ogni nostro sforzo è l’iniziativa di Dio, che vuole la nostra gioia. «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di cibi succulenti». Lui prende l’iniziativa perché ci ama, ama ogni persona che vive per questo amore, voluta e amata da Dio. Che bello cominciare da questa certezza: Dio vuole la nostra salvezza, cioè che il desiderio che ci ha messo in cuore, e lo ha messo in cuore a tutti, di pienezza, di amore, di bellezza, di pace, Lui lo vuole compiere. Così, all’inizio del cammino possiamo ridire con gioia le parole della colletta appena pronunciate: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene». La sua grazia ci precede e ci accompagna. Il Vangelo approfondisce questa certezza: Siamo stati chiamati dal Padre al banchetto di nozze del Figlio. L’invito può essere rifiutato (così Dio rispetta fino in fondo la nostra libertà), ma noi, a quanto pare, siamo quelli buoni e cattivi, che sono stati chiamati di riserva, che non lo meritavano, che stavano ai crocicchi delle strade, magari persi o senza speranza. Chiamati per essere parte dell’alleanza nuziale. Nel vangelo non si parla della sposa e c’è, alla luce della scrittura intera, il sospetto – fondato – che proprio gli invitati la comunità della Chiesa, sia la sposa! La sposa di Cristo, la Chiesa, in cui ognuno di noi ha trovato la sua identità vera, «La Chiesa non nasce “dal basso”, come una associazione di gente che si unisce per un interesse comune, ma è convocata “dall’alto”, da Cristo, che chiama e sceglie, dando a tutti coloro che ne fanno parte un compito facendoli nuove creature, per essere il Suo corpo vivo nel mondo. (…) La Chiesa unica, universale, la Chiesa di Gesù, è quella in cui entriamo nel battesimo» (Lettera pastorale p. 5).

Nella lettera pastorale ho indicato come il grande compito di quest’anno (che poi è il compito di sempre) la costruzione della comunità, perché nella comunità siamo chiamati e permettiamo a Gesù di chiamare altri a conoscerlo e scoprire il Suo amore, possiamo dire: «Venite e vedete!». «Per comunicare la fede e per educare alla vita cristiana c’è bisogno della comunità. È la comunità che testimonia sulla piazza del mondo una forma nuova di vita e che forma incessantemente le persone sul modello di Cristo» (Lettera pastorale p. 8).

Ma ognuno è chiamato personalmente, e la Chiesa vive della vitalità di ognuno di noi. «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (Agostino, Sermo CLXIX, 13). Sono io vescovo, sei tu, prete, diacono, laico, che con il nostro sì alla chiamata di Dio rendiamo viva la Chiesa. Nell’ultima parte della parabola, Gesù ci dice questo: la grazia ci circonda e ci accompagna, ma la veste nuziale è il tuo, il mio sì.

Commentava Papa Francesco: «Di cos’è fatto questo sì? Dell’amore con cui rispondiamo alla misericordia di Dio. Questa è la vita cristiana, una storia d’amore con Dio, dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito: nessuno è privilegiato rispetto agli altri, ma ciascuno è privilegiato davanti a Dio. Da questo amore gratuito, tenero e privilegiato nasce e rinasce sempre la vita cristiana. Possiamo chiederci se, almeno una volta al giorno, confessiamo al Signore il nostro amore per Lui; se ci ricordiamo, fra tante parole, di dirgli ogni giorno: “Ti amo Signore. Tu sei la mia vita”» (Francesco, Omelia del 15 ottobre 2017).

Il nostro abito nuziale è l’amore! «San Gregorio Magno, in una delle sue omelie, si domandava: Che genere di persone sono quelle che vengono senza abito nuziale? In che cosa consiste questo abito e come lo si acquista? La sua risposta è: Quelli che sono stati chiamati e vengono hanno in qualche modo fede. È la fede che apre loro la porta. Ma manca loro l’abito nuziale dell’amore. Chi vive la fede non come amore non è preparato per le nozze e viene mandato fuori. La comunione eucaristica richiede la fede, ma la fede richiede l’amore, altrimenti è morta anche come fede». (Benedetto XVI, Messa In cœna Domini, 21 aprile 2011)

Sei tu, sono io, chiamati insieme a dare questa risposta che rende la nostra comunità testimonianza di Gesù per l’altro, per tutti. Fino a poter dire con verità quello che abbiamo ascoltato da San Paolo: «Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza». Allora nasce la vera sinodalità, l’ascolto dell’altro, la tensione a comunicare questo amore che ci ha scelto e lanciati alla missione come Paolo.

«”Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Un popolo in cammino per la gloria di Cristo» Avevo messo come titolo alla lettera pastorale. In quest’anno, aiutati dalla riflessione sul vangelo di Marco del quale scrivevo che «si tratta del vangelo più antico, che ci riporta alla testimonianza diretta dei primi che conobbero Gesù e subito scrissero e ci può aiutare nel paragone tra ciò che viviamo oggi e ciò che scoprirono coloro che incontrarono Gesù» (Lettera pastorale p. 11).“Siamo chiamati a dar testimonianza della vera Carità che è amore alla persona umana intera, la quale ha tanti bisogni, ma il cui bisogno più grande è scoprire, attraverso il nostro amore concreto, di essere amata da Dio in modo infinito. Ogni comunità faccia di tutto per non ridurre la portata del messaggio di fede e speranza che portiamo attraverso l’azione caritativa» (Lettera pastorale p. 14).

E concludo, prima di rendere queste parole gesto nel mandato ai Ministri straordinari della Santa Comunione, ai catechisti e a tutti coloro che svolgono un servizio nella comunità della chiesa, con le parole con cui si conclude la lettera pastorale:

«Esistiamo come Chiesa per rendere possibile che le persone, che incontriamo ogni giorno, possano con noi fare esperienza dell’amore infinito di Dio e della bellezza del vivere in comunità. L’ultimo appello è quindi a cercare la comunione: la comunione tra i preti, tra preti e vescovo, la comunione nelle comunità religiose, tra preti e laici, tra associazioni e gruppi, nelle comunità parrocchiali, tra giovani e adulti, bambini e anziani. Esistiamo per questo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13, 35). Sappiamo di non vivere così, ma ogni giorno dobbiamo essere in tensione per questo, pregare per questo, dare noi stessi per questo. Affido il nostro cammino alla preghiera delle nostre claustrali dei tre Monasteri della Diocesi, alla preghiera dei malati e degli anziani, alla preghiera e all’energia degli adulti e dei giovani» (Lettera pastorale p. 15).

+ Giovanni Paccosi