Riflessioni

L’importanza di essere lettori

di Antonio Baroncini

È stato presentato il Rapporto Nazionale Invalsi 2019 presso la Camera dei Deputati, che ha evidenziato «innegabili motivi di preoccupazione, ma anche motivi di novità ed interesse» nell’apprendimento dei nostri ragazzi attraverso l’attuale sistema scolastico. Così il ministro dell’istruzione Marco Bussetti ha riferito in aula. L’Invalsi è uno strumento che consente di avere una foto articolata e dettagliata del lavoro di osservazione per la valutazione standardizzata degli apprendimenti scolastici dei nostri giovani. I risultati appaiono purtroppo deludenti: i ragazzi continuano ad essere impreparati in matematica, in una disciplina che, nel mondo dominato dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale, rappresenta sempre più la cifra paradigmatica di un’istruzione aggiornata e moderna. E non va meglio neppure per le competenze linguistiche.

Nello specifico possiamo osservare che le indicazioni oggettive sulla preparazione scolastica dei giovani risultano un atto d’accusa schiacciante contro l’intero sistema scolastico: il 35% degli studenti di Terza media non comprende un testo italiano. La percentuale aumenta per i ragazzi che sostengono l’esame di maturità: 42%. L’inglese è “arabo” per il 50% dei maturandi, che non riesce a leggerlo e addirittura il 65% non raggiunge il livello B1 che è indicato come traguardo alla fine delle superiori. Questo vuol dire che dalle nostre scuole escono ragazzi che non sanno leggere davvero (comprendere un testo), un documento, una lettura, un articolo o tanto meno un romanzo. «La comunicazione alfabetica per quasi un terzo di loro, rappresenta una difficoltà e un’insidia». E se non sanno capire un testo scritto in italiano come potranno capire un libro di storia, di scienze o di storia dell’arte? Stiamo per caso sfornando dalle nostre scuole dei predestinati alla disoccupazione o a lavori mal retribuiti e gravosi? Se si, uno dei maggiori indiziati di questo disastro potrebbe essere il web (la rete)? In una intervista alla professoressa Vera Gheno, linguista dell’Università di Firenze, si legge: «Il problema non sta nella rete di per sé. Il web mette solo in rilievo queste lacune. Un tempo i linguisti dovevano andare in cerca del cosiddetto “italiano popolare”, quello non corretto, perché si scriveva di meno.

Oggi, invece, tutti scrivono, ed è più facile imbattersi in chi l’italiano lo scrive male». Eliminare quindi il web non è la soluzione, poiché la conoscenza si ottiene per aggiunta, non per sostituzione: si può sapere bene una disciplina e navigare in rete ugualmente bene. Il problema si focalizza nella mancanza di lettura di libri validi». «È la lettura a permettere all’occhio di imparare a legare insieme le parole, ad assimilare un testo, a trovare i collegamenti logici tra le frasi. E di certo il lessico di chi legge è più ricco». Di chi è la colpa? Del divario tra scuola e realtà. Gli adulti, si può dire, proiettano l’insegnamento sul presente, ma basandosi sulle conoscenze che hanno raccolto nel passato. È il più grande errore didattico a cui può andare incontro un insegnante. E proprio qui bisogna intervenire, dove le università italiane oggi non arrivano.