Anniversari

Lettera al Vescovo Andrea

di Francesco Fisoni


 

 

 2° Anniversario dell ‘ordinazione episcopale del Vescovo e suo ingresso in Diocesi
Lettera al Vescovo Andrea
di Francesco Fisoni
 

 Carissimo vescovo Andrea, arrivasti due anni fa, appena quarantottenne, ufficialmente e statisticamente il più giovane vescovo d’Italia. Un dato che colse di sorpresa prima di tutto noi, credenti di questo frammento di Toscana vigorosamente laica per la sua storia pregressa. Ci sembrò un sapiente regalo dello Spirito, un vescovo giovane, nel pieno delle sue energie e della sua forza vitale, un nuovo atleta di Dio per una terra nient’affatto semplice. Ci ammantammo anche forse di un po’ di civetteria, al pensiero di detenere un simile primato e al sentir rimbalzare il nome della nostra terra in tante cronache della Penisola. Due anni sono trascorsi, molto è successo. Che dirti?! Veramente hai fatto delle parole di papa Francesco – «abbiate addosso l’odore delle pecore e del gregge» un tuo manifesto di vita.
Due anni sono relativamente pochi, ma già è ampio il florilegio di incisi che rammentano della tua prossimità empatica e della tua capacità di entrare in relazione con tutti. Quello che noi, smarriti cristiani in questo crepuscolo contemporaneo, chiediamo a un pastore è di rammentare sempre le parole del buon vecchio Agostino: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano». Ebbene… tu sei andato oltre questi pur desiderabili margini. So bene quanto risultino stucchevoli elogi e leziosi encomi, sono il primo ad esserne allergico, ma lasciami testimoniare che davvero in questa nostra terra che ti ospita, hai saputo diventare prossimo a tutti. Ciò che colpisce nelle biografie degli uomini di governo è cogliere, oltre la patina dell’etichetta, la verità, la semplicità – e quindi la bellezza della vita quotidiana. Accade così, che di giorno in giorno, stai regalando alla nostra sete di prossimità, tanti frammenti di verità umana, caro Andrea, che per noi hanno quasi lo stesso valore del tuo magistero. Senza voler essere agiografici – so bene quanto ti farebbe bonariamente arrabbiare – come non rammentare le tue passeggiate per l’immancabile caffè mattutino in San Miniato e l’acquisto del Corriere, due generosi pretesti per avere l’occasione di incontrare la gente, di salutare tutti e regalare un sorriso a chi ne ha più bisogno. Hai bandito la soggezione in chi ti conosce, come accadde a qualcuno tra noi che ti riconobbe come compagno di nuoto nelle vasche della piscina empolese o a chi ti ha avuto compagno di footing sui viottoli sinuosi dei nostri declivi di campagna. Un vescovo che corre e nuota pare un’eresia per il nostro malinteso senso del sacro; malinteso che ci farebbe desiderare il sacerdote (tanto più il vescovo!) plasmato di una sostanza immateriale, quasi fosse un’entità angelica. Dimenticando invece la vigorosa teologia del corpo annunciata ad esempio da un Papa Wojtyla, amante dello sci e del nuoto, tanto da farsi ricavare una piscina all’interno del Vaticano. E c’è forse qualcosa che vieta di pensare a un Gesù perfettamente a suo agio nel nuotare nelle acque del lago di Genesaret? Quando all’indomani del tuo ingresso in San Miniato, entrasti nottetempo in un pub cittadino per offrire una birra ai tuoi amici pavesi, venuti per la cerimonia di ingresso, facesti subito capire di che pasta eri fatto, mescolandoti con agio e naturalezza ai tanti ragazzi lì presenti per «ammazzare» la notte. Come non ricordare poi l’aperitivo con i giovani, che per quanto ne so, resta un’iniziativa del tutto unica in questo campo da parte di un vescovo.
Per tutto questo e per quanto ancora verrà, vogliamo parteciparti tutta la nostra gratitudine. Soprattutto grazie per aver capito che non avevamo, non abbiamo bisogno di un principe, magari dai modi solenni e nobili, ma in concreto distante. Poveri, giovani, sofferenti e disperati di ogni risma – e tu sai quanto anche qui da noi siano presenti – hanno bisogno niente più che di Cristo, hanno bisogno di aggrapparsi alla sua tunica come si agguanterebbe una fune in un mare che minaccia burrasca. Il tuo pastorale diventi sempre di più quella fune e non ce ne volere se talvolta la nostra estemporanea improvvisazione toscana fa perdere un po’ la pazienza all’efficienza del tuo pragmatismo lombardo. Piano piano ci stai insegnando che nell’amore non c’è timore. Ricordo la mattina del Sabato santo dello scorso anno, la vigilia di Pasqua… Eri in diocesi da appena cinque mesi. Suona il campanello di casa…, ti annunci al citofono, scendo trafelato ed emozionato, apro la porta e ti trovo in tenuta da scout con i pantaloni d’ordinanza, rigorosamente corti. La sorpresa mi ci fa mettere un po’ a realizzare: il mio vescovo è venuto a trovarmi (e già questo è motivo di festa), ma soprattutto è venuto in tenuta da scout. Qualcosa – per capirci – di paragonabile a chi si è visto arrivare sul cellulare una chiamata con lo 06 di prefisso, e rispondendo si è ritrovato dall’altra parte della cornetta nientemeno che il Papa come interlocutore. Entrasti dunque tranquillo, quasi divertito e trovando in casa anche il parroco (questi in regolare talare), che era passato per un saluto, ammiccasti verso il suo abito a battuta: «Lui si che è un prete serio!». La risata generale fu una ovvia conseguenza.
 Vescovo Andrea, ti ringraziamo soprattutto perché, come pastore ai tempi di Francesco, ci hai detto con i fatti che la tua tonaca e il tuo clergyman non temono di impastarsi con le lacrime e gli abbracci di tanti di noi che sono nella prova. Per tutto questo e per tutto ciò che non è possibile scrivere, grazie!